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martedì 10 febbraio 2009

Alessandro e la vanagloria si guardano negli occhi, interrogandosi sul da farsi: scoppiare a ridere o scambiarsi un bacio appassionato?

"Oggi proprio non ti sopporto"
E' il mio Ego a parlare dall'alto della sua turris eburnea, osservando con malcelato disprezzo la sua Umiltà, tronfio come un pane troppo lievitato, dal sapore raffermo di molti sabati trascorsi senza essere addentato.
"fammi un favore" esclama schioccando le labbra quasi fosse un tappo con sotto al culo troppe bollicine "Sparisci".
Non se lo fa ripetere una volta, quella signorina anonima dai capelli unti, non replica neppure.
Gira i tacchi delle sue ballerine anonime come il Milite Ignoto, uscendo dall'unica luce presente nel mio cervello.
Anonima come una goccia di saliva in uno starnuto si mescola nelle ombre, ritornando ad essere il men che piacevole meno di niente che è.
Ed il mio Ego ritorna a sghignazzare divertito, più un cinghiale che qualcosa dotata d'intelletto e d'equilibrio bipede, ridendo fino a soffocare.
Non ha mai sopportato i rompiscatole, prima tra tutti quella perbenista benpensante di Umiltà...lei proprio riusciva a mandarlo fuori dalla grazia di Dio, per questa ragione si divertiva a maltrattarla ed umiliarla ogni volta che poteva.
"Umiliare Umiltà...che scialo! Coff, coff...urgh!" si batte in petto nell'eco del Cojba appena acceso "dannata saliva!"
E la vanagloria allunga la sua mano guantata di seta rossa, sbucando dall'ombra della mia mente fino a scivolare sul petto villoso e cinghialosamente ruvido di Ego, sbuffando dei "frru" tra le labbra rosse e carnose...
I suoi occhi sono belli e verdi, due clessidre sospese nel niente, iridi inacastonate nel cuore più nero e più cupo della notte, un buio così buio da non esser contenuto neppure nella toilette (cieca) della mia mente durante un blackout. Ed i suoi capelli così vivi, così neri e pieni in boccoli e curve che si prendon gioco della gravità! Che riflessi, che abbaglio in quel faro che inizia a scansare la sua luce per lasciar posto alla forma sinuosa e liscia del suo corpo...
Allunga appena la gamba, liberando la coscia luuunga come l'attesa alla cassa di un supermercato al sabato pomeriggio, facendo esplodere fuori dalle orbite gli occhi di quell'Ego che fino a qualche istante prima fingeva disinteresse...
Caspita, però! E' proprio bella!
Ed anche lui, Ego, il "cinghiale", sgrugnula e soffia come un micio obeso sotto le carezze ed il soffiare di quella gatta troppo cresciuta.
beh, se posso permettermi, razza d'idiota d'un Ego, un po' bene ti sta...
"Su, su, mio bel cinghialone" gli sussurra tra le labbrucce corrugate da cartone animato "lasciati lusingare un pochino..."
L'idiota la guarda, gli occhi coinvolti nel più disperato tentativo della storia umana di celare l'insuperabileinesauribileinenarrabile stupidità del loro proprietario, la bocca aperta ed un rivoletto schifido di saliva a colargli da un angolo...
"Su,su" gli dice ancora sbattendo gli occhioni, scatendando un libeccio con il movimento delle ciglia lunghe qualche chilometro "Baciami, piccino..."

sabato 3 gennaio 2009

...dove sei?



Solo un suono, poi null'altro.
S'abbandonava ad un canto silenzioso e nostalgico, l'eco d'infinite notti all'ombra della luna, sola ed unica compagna d'indomabili pensieri in fuga.
Il suo mondo era il turbinare di stelle, il bacio lascivo di una brezza notturna, l'avvolgente carezza di cicale e grilli.
L'essenza del ricordo ne cullava membra morbide di vent'anni, sospeso tra sospiro e lacrime color diamante...
Il sorriso spezzato s'insinuava tra labbra rubino e sangue, un cuore ferito e testardo, troppo attaccato al sogno per cedere al giorno.
Una falena le volteggiava sgraziata attorno al viso, pallida luce dispersa, specchiando nelle sue ali la bellezza delicata e tagliente di una cometa su terra e sassi, persa, così lontana dall'infinito al quale apparteneva...
La sua voce un sospiro, un sospiro soltanto tra le spalle ed il seno, note lasciate tra le fronde e l'erba d'un prato che, come uno strappo improvviso, si perdeva nel cielo...
"sono qui..." sussurrò sommessa, al cielo "...sono qui".

giovedì 11 dicembre 2008

La Notte Speciale

Un cielo cupo e nero ammantava la casetta in cima alla collina, solo uno spruzzo di stelle e la piccola falce della luna ne rischiaravano appena i contorni irregolari e cadenti.
In lontananza ululati lasciavano presagire stomaci vuoti in attesa della cena, mentre un piccolo sentiero serpeggiava tra rami spogli e deformi, sinistri come vecchi dalle dita adunche, protesi sulla strada quasi volessero afferrare gli sfortunati passanti.
Nessuno del luogo si azzardava lungo il sentiero che portava alla casetta, il profondo timore che le persone avevano della strada in cima alla collina riverberava nelle storie da osteria e negli avvertimenti che le mamme davano ai bambini capricciosi.
Nessuno sapeva spiegare la ragione di tanto timore, ma quei brividi che correvano come una goccia d'acqua gelida lungo la schiena non appena s'imboccava il sentiero erano una ragione più che sufficiente a restare lontani da quel luogo.
Di tanto in tanto ignari viaggiatori osavano addentrarsi lungo la stradina, ignorando e deridendo gli avvertimenti della gente del villaggio ai piedi della collina.
Per non esser visti mai più.
Accadeva con maggiore frequenza durante quelle che la gente chiamava, bisbigliando, “le Notti Speciali”.
Come questa.
Un'ombra saettava sollevando polvere dallo sterrato, veloce, quasi in una corsa contenuta a stento, con un ansimare pesante e forte.
La sagoma ammantata non pareva curarsi affatto del percorso, né della quasi totale oscurità che impediva di vedere a meno di una spanna dal proprio naso, né degli ululati, così come perdersi non sembrava una sua preoccupazione.
Neppure il tetro paesaggio pareva intimidirlo.
Procedeva svelto, scavalcando sassi e schiacciando rami secchi e foglie sotto i suoi piedi, quasi conoscesse ogni palmo di quella stradina impervia.
I rami sembravano ritirarsi al suo passaggio, quasi temessero d'irritarlo graffiandolo, e gli ululati famelici si trasformavano in guaiti flebili e terrorizzati all'approssimarsi di ogni passo, come se il suo fosse l'aspetto di un pasto indigesto, addiritura venefico e letale.
Un branco di lupi scappò terrorizzato all'ombra del viandante disegnato dalla luna, e subito un sorriso troppo nero e troppo oscuro gli si dipinse sul volto, soddisfatto e colmo d'orgoglio.
“TOC TOC” bisbigliò tra denti neri e gialli, poggiando delicato le nocche sull'uscio della casetta in cima alla collina.
“TOOOC TOOOC” urlò abbattendo il pugno contro la porta, facendola tremare e scricchiolare pericolosamente.
Un cigolio accompagnò l'aprirsi sommesso della porta, sprigionando l'oscurità contenuta al suo interno.
Il viandante avvertì due occhi neri e profondi squadrarlo con fare inquisitorio.
“Superbia?” squillò una vocetta stridula e fastidiosa come le unghie contro una lavagna “non credi di essere in ritardo?”
“Pensi che m'importi, Sorellina?I migliori devono farsi attendere” aggiunse con una smorfia, sbuffando in faccia alla ragazza cicciottella e brufolosa davanti a lui.
“Si, ok, ma il resto della famiglia è qui da un pezzo, aspettavamo te per tagliare l'arrosto!Io ho fame!” piagnucolò la ragazzina dagli occhi come l'abisso e dalle dimensioni di un armadio.
Superbia abbozzò un sorriso sghembo.Tra i suoi fratelli e sorelle, Gola era quella che preferiva: la sua ingordigia, il suo essere nefastamente ed orribilmente brutta non faceva altro che gonfiare il suo già spropositato ego.
Lei era, per lui, null'altro che la prova vivente della sua superiorità.
Si fece largo oltre l'ingombrante sorella, percorrendo a lunghi passi il corridoio tappezzato a fiori ingiallito e gonfio di muffa.
Poche candele illuminavano un salone da pranzo che sembrava uscito fuori dalle pagine di un romanzo ottocentesco, ragnatele e lenzuola impolverate ricoprivano masse informi che in un'altra vita avrebbero potuto esser mobili e suppellettili di fattura ricca e pregiata.
Tutto sembrava così tristemente decadente, quasi derelitto, abbandonato, come se il tempo avesse impietosamente abbattuto il suo sguardo solo in quel luogo, tralasciando il resto.
“Sono arrivato, miei cari” tuonò Superbia con voce catarrosa “Vi perdono per essere in anticipo, non preoccupatevi delle scuse”.
Le cinque figure al tavolo bofonchiarono qualcosa, qualcuno lasciò cadere con fragore le posate contro la porcellana intarsiata di crepe e scalfiture, altri continuarono a masticare rumorosamente i loro bocconi, qualcuno lo fissò con l'aria disgustata di chi ha appena mandato giù un bicchiere d'aceto.
“Accidia, solleva le tue natiche dalla mia sedia” disse Superbia, accompagnando le parole ad un gesto rapido della mano sinistra “Il posto di capotavola spetta al “Peccato della Notte Più Speciale”, lo hai dimenticato?”
“Scuuusa taaantooo” biascicò muovendo impercettibilmente le labbra, quasi le costasse uno sforzo immane.
La donna pallida e flaccida si scostò dalla sedia, lenta, lasciando i piatti e le posate già usate nel posto che avrebbe occupato Superbia. Non intendeva muovere un altro dito, e lo diede ben a vedere con ogni piccolo e lento movimento che dovette compiere fino alla sua sedia.
“Allora” esclamò Superbia sfregandosi le mani con vigore, sorridendo con la dentatura sghemba e putrescente “che avete preparato per Natale?”
I commensali fecero finta di non sentire, sebbene dentro, ognuno di loro, stesse in trepidazione, addirituttura bruciando e friggendo come una patatina fritta tanta era il desiderio di parlare e vantarsi delle proprie malefatte.
Era usanza di famiglia commemorare quello che loro chiamavano la “Notte Più Speciale” (dire la parola “Natale” provocava loro un leggero quanto fastidioso senso di nausea, capace di fargli passare l'appetito, ragion per la quale avevano scelto un'espressione che loro definivano “politicamente corretta”) con una grande cena a base di ogni leccornia e ghiottoneria, con tutta la famiglia riunita a raccontarsi le migliori malefatte organizzate per deviare e distorcere il senso del Natale. Il migliore, a giudizio insindacabile della giuria composta dai commensali, sarebbe stato eletto il “Peccato del Giorno Più Speciale” ed avrebbe seduto a capotavola.
Superbia era il detentore assoluto, non aveva perso il titolo nemmeno una volta.
Beh, quasi mai. Una volta Lussuria gli soffiò il posto con un colpo di mano, ma questa è un'altra storia.
“Su, timidoni” Sorrise malvagio Superbia, gli occhi carichi ed incandescenti del color del magma “chi comincia?”
Addentò un cosciotto d'agnello strappandone un pezzo molto più grande di quanto potesse masticare, fissando negli occhi i suoi fratelli e sorelle.
“TU, Avarizia” esclamò con ancora pezzi di carne tra i denti “ comincia tu!”
Il vecchio adunco all'altro capo del tavolo sorrise soddisfatto tra i suoi quattro denti, gli unici rimasti di una dentatura in origine decisamente meglio assortita, mentre gli occhi sottili e lattiginosi si posavano su quelli degli altri commensali.
Accompagnò un lembo del fazzoletto alla bocca, raccogliendo i residui di cibo attaccati alle labbra (era sua abitudine conservarli per mangiarli in un secondo momento), e prese fiato gonfiandosi la pancia come una vecchia cornamusa.
“Cari” esordì lesinando persino sulle parole, tanto era tirchio “delizierò le vostre orecchie con una splendido e meraviglioso atto di vigliaccheria”
“E sbrigati!” tuonò spazientito Ira, ma subito gli altri Peccati lo misero a tacere con un coro di “Shhh” ed un tripudio di mani agitate.
“Allora” riprese il vecchio canuto dai capelli in ordine sparso “Sono stato meraviglioso: il mio regalo all'umanità si chiama
: CRISI ECONOMICA. Ho messo in ginocchio intere famiglie per gli interessi di pochi potenti, i miei cuccioli prediletti, permettendo loro di accumulare sempre più capitali, impoverendo le masse. Ah, che delizia! Guardate un telegiornale, leggete un quotidiano: tutti parlano di quello che ho fatto! Posti di lavoro distrutti, genitori che non sanno come sfamare i figli, ricchi che diventano sempre più ricchi, e le mie amate avide vogliono sempre di più e di più! Sembra un sogno, vero?Persino aiutare il prossimo è diventato un lusso: adesso ognuno non riesce a far altro che pensare a sé, dimenticandosi del fratello, preoccupandosi solo del denaro! Che delizia! Che delizia!”
I commensali si scambiarono sguardi soddisfatti, felici di tanta devastazione sul genere umano, accompagnando la gioia con un brindisi.
Una donna sollevò la sua coppa con un gesto lento, lascivo, sistemandosi con la mano libera una ciocca corvina che ribelle le s'inanellava sulla fronte, quasi a voler richiamare su di sé l'attenzione.
“Decisamente un'ottima storia, Avarizia, ma si può fare di meglio” sussurrò suadente Lussuria “Come me, ad esempio”.
“Sentiamo, allora” sentenziò superbia, ingollando stizzito una sorsata di vino.
“Il mio Dono all'umanità è la Carne. Ogni suo vizio, ogni suo desiderio. L'ho liberato dai sensi di colpa dell'infedeltà, l'ho guidato nell'estasi del piacere sollevandolo da tutte le altre proccupazioni. Ho offerto lui un seno al quale nutrirsi. Il mio. Ogni cosa parla di me, ogni rivista, ogni programma televisivo è un inno alla mia persona, al piacere!Ho distrutto matrimoni, spinto nel sudiciume e nelle bassezze, corrotto la bellezza dell'amore, rendendo tutti miei schiavi...ah, miei fratelli...che capolavoro!”
Un timido applauso di consenso si sollevò dalla tavola, nessuno (tranne Superbia che ancora nonaveva digeristo la sconfitta di qualche tempo addietro) se la sentiva davvero di contraddirla.
Lussuria era decisamente un peccato senza tempo.
“Sorellina” disse superbia indicando con un cenno del capo la ragazzina obesa e brufolosa “vuoi deliziarci tu?”
“Si,si!” esultò Gola con la sua irritante vocetta stridula “ho fatto un regalo troppo bellissimo!ci ho messo tanto impegno ed infatti è venuto perfetto...è tanto articolato, sai?Si parte con l'ingordigia folle, il desiderio di sprecare e sprecare, tipo quello che stai facendo con il cosciotto d'agnello che ti sei messo in bocca tutto d'un pezzo, fratellone” disse indicando Superbia “per continuare con lo sfruttamento irrazionale delle risorse del pianeta, devastando l'ecosistema e le economie più deboli!pensa a quanti bambini sto affamando in Africa e quante pattumiere riempio in Europa! Sono stata braverrima, vero Fratellone?”
Superbia osservò il cosciotto che per metà usciva dalla sua bocca e non potè far altro che annuire.
La sua sorellina stava decisamente crescendo, erano lontani i tempi in cui era un peccato piccolo piccolo.
“Ehi, ma quando tocca a me?!?” sputò fuori dai denti l'uomo rasato con la faccia incarognita e gli occhi cattiviiiii “Mi avete rotto con le vostre stupidaggini!Non avete fatto nulla di così incredibile, ai vostri mali c'è rimedio! Io ho fatto il meglio!”
“Ma davvero?” lo sbeffeggiò Superbia con aria di sufficienza “Sentiamo...”
“Buffoni, io ho fatto il meglio” ringhiò come una belva famelica “io ho donato la violenza, ossa rotte e teste spaccate utilizzando tutti i “doni” che voi avete fatto all'umanità!Li ho usati come detonante per scatenare violenza ovunque, a partire dalle mura domestiche fino alle strade!Io ho ucciso e saccheggiato ogni speranza, ho corrotto gli uomini con l'intolleranza e fatto esplodere le guerre, con i motivi più futili! Ditemi, dilettanti, se non sono il migliore!”
“Non t'allargare, Ira!” lo interruppe Superbia “Questo lo deciderà l'assemblea. Dopo. Ed intanto cerca di non invadere la mia area di competenza. Vai avanti tu, Invidia”
“Io?Grazie, mi chiedevo quando vi sareste decisi. Tutti hanno avuto opportunità di parlare tranne me...”
“Invidia...taglia corto” la riprese spazientito Superbia
“Certo, certo, devo lasciare tempo agli altri, vero?C'è sempre qualcuno di migliore da ascoltare,no?”
“INVIDIA!” tuonarono i Peccati in coro.
“Va bene, va bene” replicò timidamente la donna fasciata da uno splendido abito da sera viola, secondo solo a quello di Lussuria “comincio”.
“Il mio dono all'umanità? La “sindrome dell'uomo qualcuno”!”
Tutti i presenti la guardarono con l'aria di avere un grosso punto interrogativo stampato sulla fronte.
Invidia abbozzò un sorriso.
“Non capite, vero?Come siete arretrati. Siete vecchi e non lo sapete. La sindrome dell'uomo qualcuno (o qualcunismo, per fare prima), è quella che sta dilagando ovunque!Avete presente gli idioti che si riprendono in situazioni improbabili mentre urlano “Italia unooooo”?Oppure i tizi che vanno al Grande Fratello?O tutti quelle che vogliono fare le veline? Dai, tutti quelli che credono che lo scopo della vita sia “essere conosciuti”, che non essere famosi equivalga a non esistere affatto!Suvvia, usate il cervellino voi che siete più intelligenti di me!”
Annuirono tutti sommessamente, sconcertati dalle parole di Invidia.
“Tutto questo perchè?vedono il mondo dorato della Tv, lo Star Sistem, i soldoni e le folle che sbavano urlando il loro nome. Lo vogliono, lo bramano. E sarebbero disposti a pagare qualsiasi prezzo. Anche indulgere in tutti i vostri peccati pur di ottenere l'oggetto della loro “Invidia”. Sembra proprio che quest'anno abbia vinto io.”
“Come al solito sconfini nel mio Peccato, Invidia” disse seccato Superbia “hai qualcosa da dire Accidia?”
La donna pallida e flaccida lo fissò per un istante, in silenzio.
“Naah, non ho voglia di partecipare. E poi la TV ed i cibi precotti parlano abbastanza in mia vece”
“Allora sembra essere il mio turno, miei adorati fratelli” disse Superbia, gustandosi ogni sillaba di ogni singola parola.
“Il mio dono?tutto ciò che già l'anno scorso ho portato: me stesso.”
I commensali si presero la testa tra le mani: da millenni, ormai, toccava loro sorbirsi le vanterie di Superbia .
“Ho fatto credere ad ogni uomo che la sua idea fosse quella giusta, senza farlo mettere in discussione, l'ho convinto d'esser supremo sopra gli altri uomini, d'essere infallibile. Gli ho dato l'arroganza, la cieca boria, l'indipendenza da ogni cosa se non dai suoi stessi vizi. Gli ho fatto costruire strumenti sempre più efficienti per schiacciare la volontà dei suoi simili, per opprimere ed uccidere con dolore e terrore chi gli si oppone, per dominare e controllare. Gli ho fatto credere di non aver bisogno di Dio e della salvezza, l'ho fatto diventare il dio di se stesso.
Ho guardato dentro l'uomo ed ho messo in lui un pezzo d'abisso, illudendolo che la luce di Dio non serva a nulla in un luogo tanto oscuro. Gli ho fatto credere che la PAROLA sia soltanto una favola, al più un buon insegnamento per menti deboli”
“Ormai l'uomo pecca e da solo si assolve, addirittura non ci riconosce neanche più, tanto ci ama...”
Prese fiato e sorseggiò un vino rosso come il sangue, soddisfatto.
“Come sempre, ho vinto io”.


“Nonno, nonno! Ma davvero ha ragione quel bruttone di Superbia?Io non lo sopporto!Dici che posso picchiarlo con la spada dei Power Ranger?”
Il nonno sorrise, accarezzando quel batuffolo di bambino che stava appollaiato con il broncio sulle sue gambe.
“No, non serve, piccolino. Superbia è già stato sconfitto, solo che fa finta di non saperlo. Non può mica ammettere davanti ai suoi fratelli che Gesù lo ha sconfitto per sempre sacrificandosi sulla Croce, sai?”
“Il Signor Gesù, quello che salutiamo al mattino e che ringraziamo per la la pasta che cucina la mamma?”
Il sorriso si distese ancora più largo sul viso incorniciato dalla barba bianca.
“Proprio Lui! Quello al quale parliamo dei nostri problemi, che ci ascolta e ci aiuta, il Signore che ci protegge e ci perdona ogni volta che facciamo una cosa cattiva (come dire le bugie, vero?). Pensa che ti vuole talmente bene che è venuto sulla Terra proprio perchè tu potessi conoscerlo, sai?”
“Davvero?”esclamò il bimbo, formando una grande “O” con la bocca.
“Ma certo, e Lui è con noi proprio adesso, qui, in questo momento. Ci ama così tanto da non separarsi mai da noi. Vuole conoscerti, piccolino, vuole che tu sappia il suo nome, Gesù, così come lui conosceva il tuo prima ancora che tu nascessi. Il Natale rappresenta il suo Compleanno,sai? Perchè non andiamo a cantargli “Tanti Auguri”?”

martedì 1 luglio 2008

Afrodille



Non credevo che il rumore del cuore potesse essere così assordante.
Batte arrogante, pulsando nelle tempie, attraverso quel foro che si fa strada tra lo schienale della poltrona ed il mio addome.
Dannata, sparare alle spalle...
Nulla di grave.
Sorrido appena, non sento dolore.
Grande invenzione l'adrenalina.
Merde, hai rovinato la mia Saint Laurent.
Afrodille, piccola bimba capricciosa, questa non te la perdono, sai?
Le mie dita scivolano sul tavolino in radica, cercando il portasigarette, incontrando solo il pizzo dei tuoi slip abbandonati nella notte, accanto a due coppe di champagne che ancora sanno delle nostre labbra.
Dove sono? Diamine, ho voglia di fumare.
No, piccina, non guardarmi con quegli occhi gonfi e lividi...respira, non sforzarti di dire qualcosa.
"Ti chiedi se ti risparmierò, ma belle?"
Sorrido, anche se il dolore inizia ad urlare nella mia testa.
"No, non lo farò"
Eccole, dannate bionde...
Porto una sigaretta alla bocca, accendendola, respirando una boccata così profonda da farmi girare la stanza attorno.
"Non sei stata poi così male, questa notte...è un peccato doverti uccidere. Pensa, avrei persino voluto invitarti ad una colazione sulla spiaggia"
Illumino il tuo viso, all'ennesima boccata, tra braci incandescenti della sigaretta ed il tuo corpo sul pavimento, davanti a me.
"Che brutta cera, ma petite"
Continui a guardarmi, con solo il tuo respiro a dar suono ai pensieri.
Click. Il proiettile entra nell'otturatore, il freddo della canna contro il tuo cuore.
Sei così giovane, ed è un brutto mestiere quello che hai scelto.
Il mio.
Ed io un pessimo affare.
"E' stato meraviglioso far l'amore con te".
Ma non mi dai scelta.
La stanza s'infrange di un lampo mescolato alle luci dell'alba, un sibilo sordo.
Un respiro spezzato.
"Sogni d'oro, ma petite. Sogni d'oro"
Il telefono, improvviso, rompe il silenzio del mattino, quel nome sul display...Nadine?

"Bonjuour, ma petite. Come sto, mi chiedi?"
Stringo i denti, il solito sorrisetto in viso.
"magnifiquement, Nadine, magnifiquement...ammiro l'alba".

venerdì 20 giugno 2008

Ahi, di nuovo con il culo a terra


Song lyrics | Drops Of Jupiter lyrics


Ancora una coppa, Splendore?
Su, non è poi così forte...
Avrei voglia di ballare, se solo le mie ginocchia non tremassero, due Giuda cartilaginei pronti a far perdere l'equilibrio...
Buffo, vero?
Sei meravigliosa quando sorridi.
E contagiosa.
Avrei dovuto bere un po' meno, hai ragione...ma che importa, in fondo?
No, non guiderò affatto, passeggeremo lungo il Po, in equilibrio precario forse, con solo i rumori della notte!
Lo voglio!
Ti offro il mio braccio, Splendore, sarò il tuo cavaliere.
Ammesso che riesca ad alzarmi.
Noo, non ridere! Non sei mica messa meglio, vorrò proprio ridere guardando tutto quell'alcool camminare su quei tacchi!
Dai, su...reggiti a me...non così, cadiamooo!
Mi farai morire! Signorina, sei una falsa magra! Almeno l'atterraggio è stato morbido?
Il mio stomaco ti ringrazia, bestiaccia.
Potrei mangiarti qui, adesso, se non la dovessi smettere immediatamente di ridere!
Dai, lo sai che impazzisco quando vedo quelle guance rosse, quelle fossette!
Smettila, o non riuscirò a controllarmi.
Sei in crisi, come ti fermo?
Ahhh, stupidina!La gente ci guarda come fossimo due idioti, su, rimettiamoci in piedi!
No, non fare il peso morto, sto in piedi per scommessa anche io!
Non tirare!
Ahi, di nuovo con il culo a terra.
E tu che ridi più di prima.
Sono indeciso: ti uccido o ti bacio?
Opterò per la seconda.
...sei così bella quando ridi!

sabato 14 giugno 2008

...una cosetta o due...



"Finiscimi, puttana" sputò dalla bocca contratta insieme ad un fiotto di sangue troppo rosso e troppo nero per essere umano.
Mariko muoveva appena la lama nera della katana lungo la coscia dell'uomo, in una carezza morbida come un rasoio, strappando scintille dall'asfalto.
"Cosa cazzo pensi di fare?Paura?Puttana!Dai, affettami pure, fammi a pezzi!Ti strapperò il cuore lo stesso, troia!Vedrai, appena ficcherai il tuo naso in Re..AAARGHH!"
L'arma accarezzò il collo dell'uomo in un bacio gelido, con labbra di freddo acciao, spalancando la carne al suo passaggio.
Lo squarcio correva lungo la giugulare, schizzando la vita dell'uomo sul viso di Mariko e sui vestiti, sulla bocca.
L'odore intenso del sangue colpì i sensi della ragazza come un calcio in pieno stomaco.
Fame.
Si piegò sulle ginocchia, avvicinandosi all'orecchio dell'uomo, un sorriso crudele dipinto in viso.
"Cosa ne faccio di te, adesso?Siamo duri da ammazzare, vero?" sussurrò Mariko, leccando dalle mani dell'uomo gli zampilli cremisi sfuggiti.
"Posso squartarti a manio nude, magari smebrarti a piccoli morsi e mangiarti vivo...tanto non basta a farti crepare, vero?"
"Gwrall...troia...Humph!" dalla gola squarciarta uscirono soltanto gorgoglii e versi privi di senso.
Mariko passò un dito lungo la profonda ferita, intingendolo nel sangue, per poi poggiarlo delicato sulle sue stesse labbra.
Una sorta di macabro rossetto.
"Mmm" disse, leccandosi "devo prenderlo per un si?Non puoi morire, ma puoi soffrire, vero?Ho da insegnarti una cosetta o due a riguardo..."
Richiamò schemi e comandi all'interno della mente, obbligando il suo corpo a trascendere la stessa carne.
Gli occhi affilati si tinsero di viola mentre lo scan interno ricercava i chakra della creatura.
Il Mulhadara brillava di una luminescenza corallo all'interno dell'addome deforme, pulsando impazzito nel ripristinare le funzioni vitali compromesse dalle troppe mutilazioni.
"Eccoti, ti ho trovato" sogghignò Mariko "adesso giochiamo"
Affondò con un unico gesto le dita nell'inguine, strappando con violenza i genitali, brutale.
"Hai fame, tesorino?" disse con una vocetta imbronciata, conficcando spietata l'organo mutilato nella bocca sfondata della creatura.
"Non importa, almeno ti servirà a stare zitto. Non vorrai svegliare l'intera città, spero?"
Dalle dita di Mariko cominciò a propagarsi uno strano suono a bassa frequenza,mentre andava manifestandosi loro attorno un alone scuro e cupo, quasi una sorta di aura preclusa a qualsiasi forma di luce.
"Sai cosa è questo, vero?" domandò crudele la ragazza, leccando un fiotto di sangue appena schizzatole sulle labbra.
Gli occhi della creatura si dilatarono improvvisi, impauriti, isterici.
Tentò di urlare, ma le sue stesse membra premute nella sua bocca, soffocavano ogni fiato.
La carne cedette sotto la pressione della mano della ragazza, inondando l'aria del rumore delle cartilagini sfondate e dalle ossa spezzate, tra le urla soffocate dell'uomo.
L'alone scuro si mescolò al rosso corallo del chakra, inquinando, soffocando, assorbendo.
Stravolgendone la vera essenza, divorandone a pezzi l'anima.
Poteva avvertire il peso dello sguardo di Lilith alle sue spalle.
Era dietro di lei, lo sentiva.
E rideva compiaciuta.

giovedì 12 giugno 2008

Parole che bruciano in gola



Non avrei voluto trovarti.
Ti ho vista scendere da quel treno, nascosta appena nei tuoi occhiali da sole, così meravigliosa da tagliare il fiato.
Sapevo saresti arrivata, conosco ogni tua mossa.
In anticipo.
Non sai resistere alle tentazioni, ma belle, e questa era semplicemente troppo attraente per lasciarti indifferente.
Non cambierai mai.
E' bastato offrirti una tregua, l'idea di un "sospeso" tra noi...e non hai resistito.
Non baciavi le mie labbra da troppo tempo, le desideravi, le bramavi.
Volevi perderti ancora nei miei occhi, ritrovare te stessa smarrita nelle mie pupille, scolpita dentro l'anima.
Nadine, Nadine, mia vanitosa Nadine...
Ti ho attesa al binario, scorgendo il tuo viso attraverso il fumo della mia sigaretta, ammirandoti tagliare la folla.
Sei magnifica, ma petite.
Non una parola, non un gesto, un cenno di saluto.
Soltanto l'incontro di due sguardi.
Le tue braccia, il mio petto, i tuoi capelli...il tuo profumo.
Mi sei mancata.
Prendo la tua valigia con noncuranza, sollevandola appena, leggera, provando a scacciare il silenzio che sgomita invadente tra noi.
Senza riuscirci.
"Perchè, Lucien?" mi domandi senza voltarti, solo parole scivolate tra le labbra.
"Il perchè di cosa, ma chere?" mentre sfoggio quel sorrisetto che tanto conosci, lo stesso con il quale riuscii a strapparti l'anima.
Sospiri appena, scuotendo impercettibilmente la testa.
"Non ti sopporto, Lucien".
Non ti accorgi del mio movimento. Troppo rapido.
Le mie dita dietro il tuo collo morbido e fragile, contro la pelle della consistenza della pesca, il mio pollice sulla carotide...pronto a sfondarla.
Sono interdetto, ma chere, dimentichi sempre chi sono.
Chiudo gli occhi, riversando nei miei polmoni il tuo stesso respiro, il tuo profumo.
Lasciandoli entrare in me.
"Sei fragile, ma petite" sussuro lieve, carezzandoti le labbra con le mie.
No, non m'importa di sentire i tuoi "lasciami", pronunciati così sommessamente da non esser destianati ad altri se non me...
Non mi importa di quelle mani premute contro il mio petto, del tentativo simbolico di liberarti di me, di quelle unghie che affondano nella carne quasi volessero ancorarmi e non ferirmi...
Non lo vuoi davvero.
Da quanto non senti le mie dita scivolare sulla tua pelle, da quanto desideri il tocco del mio corpo, il mio calore, le mie labbra?
Da sempre, Nadine. Da sempre.
Il sapore della tua bocca, così anelato, mi inonda i sensi, facendomi ricordare chi sei.
Lasciati guardare, Splendore.
"Ti odio, Lucien" mi dici, baciandomi ancora "ti odio".
Sorrido appena, sei bella quando ostenti rabbia e sicurezza.
Voglio solo baciarti, sentirti, respirarti, viverti.
Non ho nulla da dire.
Solo parole che bruciano in gola.

sabato 31 maggio 2008

Cornflake girl



Un passo appena e le sue dita si trovarono ad accarezzare il vuoto.
Il vento le solleticava gli alluci sporchi d'asfalto e terra, provocandole un leggero brivido che risaliva attraverso una vestaglietta logora, macchiata qua e là dal bianco del cotone.
Capelli lunghi e neri ricadevano ribelli lungo le spalle, agitandosi contro il suo viso, quasi rifiutassero ogni forma d'ordine non dettata dal caos, mentre due piccoli seni si sollevavano lenti sotto la vestaglia, in un respiro profondo, quasi sollevato.
Un sospiro, ed il colore del cielo si spalancò improvviso tra le sue palpebre, rivelando iridi del color del ghiaccio e della neve, occhi spauriti quasi avessero paura di sciogliersi anche loro al primo raggio di sole.
La bellezza della pelle candida e liscia vinceva gli strati di sporco che la ricoprivano, oscurata appena da un rivoletto rosso che ricadeva lungo la guancia.
Era ferita e dolorante.
Qualcuno la seguiva.
L'uomo con la cicatrice.
Ma non l'avrebbe presa, non sarebbe riuscito a riportarla a casa.
Lei odiava casa, la gente era cattiva con lei: le davano sempre quelle pillole da ingoiare, quelle stesse pillole che le toglievano la forza di pensare.
Di vivere.
Allargò le braccia appena, sollevandole al cielo, illudendosi fossero ali con le quali toccare il Cielo.
Si lasciò cadere, abbracciando il vento.

giovedì 22 maggio 2008

Sputando sangue e pezzi d'anima




Il calore del suo sangue andava disperdendosi nella sabbia, macchiandola del rosso intenso del cuore e della vita stessa.
Lucien giaceva disteso sulla schiena, gli occhi fissi su di una luna offuscata e fragile, il rumore della bonaccia a coprirne i respiri ansimanti e rapidi.
Il volto macchiato, un rivolo scendeva lento lungo la bocca, il risultato di una notte cominciata sotto i peggiori auspici.
"Nadine" provò a dire, aggrappandosi a quel nome, quasi fosse la sua stessa vita. Tossì, sputando sangue e pezzi d'anima.
La donna lo guardava con un lieve sorriso, carico di tristezza malcelata, gli occhi lucidi di chi non ha avuto scelta.
Appoggiò appena dita smaltate di rosso su quelle labbra macchiate, portandole lentamente alle sue, quasi volesse conservare di lui quell'essenza anelata.
Essenza che da sempre le apparteneva.
Ed una lacrima scese leggera lungo la guancia pallida, confondendosi con gocce di sangue amate, quasi anche loro volessero incontrarsi un'ultima volta.
"Nadine..." pronunciò quel nome, ancora, poco più di un flebile sussurro perso nella risacca.
Sapeva che Lei era al suo fianco, ne avvertiva il corpo caldo disteso accanto al suo , confortandolo dal freddo che lentamente s'impadroniva dei suoi sensi.
Ed era tutto ciò che potesse desiderare.
La luna era adesso null'altro che un alone scuro nel suo orizzonte, una macchia luminosa, ma non gli importava.
Non più.
Non aveva più bisogno di occhi per vedere Nadine danzare con lui, ammirare il suo sorriso addormentato, lo splendore del suo viso tra le lenzuola del loro letto...
"Ti porterò via con me, Nadine" sospirò rauco del suo sangue "Balleremo ancora, come quella notte...".
Sorrise, abbandonando il suo respiro tra le onde.
Nadine poggiò le labbra su quelle di Lucien, fredde, dischiuse in un ultimo bacio.
"Addio, Lucien" sussurrò appena, chiudendogli gli occhi "Addio".

venerdì 16 maggio 2008

La Fame



Mariko poteva sentire le sue stesse ossa tremare sin dal midollo, propagando il gemito fino alle carni.
Per quanto provasse a dominarsi, i suoi muscoli rifiutavano di obbedire, di soffocare il movimento inconsulto che, seppur imperccettibile quanto un respiro, la soverchiava.
La Fame.
Maledetta puttana.
"Allora, bella bambina?Sicura di non volerne almeno assaggiare?" sorrise Lilith, affondando nuovamente denti aguzzi nel cuore ancora caldo.
Una sottile linea cremisi cominciò a scivolare lenta sul mento della creatura, discendendo lungo il collo nero e lucido come ossidiana, abbandonandosi su seni coperti appena da uno lieve strato di latex sottile come una seconda pelle.
Mariko osservava il sangue concentrarsi a gocce su capezzoli turgidi, invitanti, quasi fosse un neonato.
E Lilith la madre pronta a saziarla di nettare denso e dolce: una madre oscura, dannata, dai seni corrotti e gonfi d'icore.
La Fame.
Avvertiva il suo morso nelle viscere, un'eco crescente di fastidio ed oppressione, un urlo sordo che andava trasformandosi, in divenire.
Il dolore.
La fronte le scottava, imperlata di sudore nonostante la brezza invernale, mentre il silicio organico dentro di lei cominciava a divorarne i muscoli.
Per poi passare agli organi interni.
Il mondo le girò improvviso, costringendola ad accasciarsi contro la parete di mattoni alla sua destra per non cadere, mentre le forze l'abbandonavano.
Lilith sospirò, sollevandosi dal suo trono organico improvvisato.
Mise un piede davanti l'altro, con grazia felina, passo dopo passo, ancheggiando appena nella sua raggelante perfezione.
Le ginocchia di Mariko cedettero, deboli e consumate da quella stessa Fame che le stava oscurando la vista, il fiato corto, affannato, isterico.
Urlò dal dolore, e del sangue cominciò a colarle dalle orecchie, mentre i suoni giungevano ovattati, quasi i timpani avessero smesso di vibrare, perforati.
Vide un ombra, nera come il peccato, chinarsi appena su di lei
"Bella bambina capricciosa, io esisto" dissero le mille voci di donna all'unisono "ed adesso mangia, piccolina. Lo hai già fatto altre volte, non vorrai morire proprio adesso?"
Il sapore della carne cruda si fece spazio tra le sue labbra, mentre il sangue rappreso colava in piccoli grumi dentro la sua bocca, rendendola improvvisamente estasiata.
Con un gesto rapido strappo dalle mani ossidiana il cuore mutilato, prendendolo con entrambe le mani e mordendolo con una tale intensità da liberare schizzi sul muro contro il quale giaceva.
"Mangia, bella bambina" sussurrò appena in orecchie che già andavano ricostruendosi grazie al silicio organico "cresci e diventa forte per me".
Le prese la testa tra le mani, delicata e leggera come una brezza, abbandonando un bacio insanguinato sulla sua fronte.
Il tocco di Lilith l'abbandonò con la stessa grazia con la quale l'aveva incontrata.
Non un fiato, non un respiro.
Sparita.
Senza lasciare traccia.
Mariko avvertì la temperatura corporea scendere vertiginosamente, i suoni tornare nitidi, il velo che oscurava gli occhi sparire.
E le mani staccare pezzi di quel corpo macellato per infilarli ingorde nella sua bocca.
E divorarli.

Altrove, intanto, Lilith rideva.

mercoledì 7 maggio 2008

Vuoto come il cielo




Le mani grondavano sangue, quello del corpo abbattuto sull'asfalto, distrutto e sfatto come un ammasso informe.
Gocce cadevano lente, scivolando tra le dita distese, formando ai piedi di Mariko una pozza cremisi dell'odore del rame.
Il viso si rifletteva sulla superfice rossastra, illuminata da intermittenze al neon, ammaliante in quei quei lunghi capelli neri mossi appena dal vento.
I suoi occhi mutarono delle sfumature del viola e del blu, trasformando le iridi in clessidre e geometrie non appartenenti a questo mondo, abbandonando progressivamente la conformazione felina per tramutarsi nelle semplici pupille umane.
Sentiva il silicio organico evolversi e modificarsi all'interno del suo corpo, unirsi al suo sistema osseo muscolare, alterare i tessuti molli, interagendo persino con il suo sistema nervoso.
Richert le spiegò, poco prima che lei lo tracciasse e facesse a pezzi, che il silicio organico organizzava nell'ospite un sistema nervoso artificiale chiamato "rete neurale", capace di legarsi ai neuroni e lavorare in parallelo.
La rete neurale, però, non si limitava ad accelerare i processi cognitivi, analitici o reattivi dell'organismo ospite, ma si spingeva sino alla modificazione della struttura corporea. Intercettando ed elaborando gli stimoli ambientali e gli impulsi del cervello, l'apparato di silicio organico prelevava dall'organismo quantità ingenti di risorse energetiche e proteiche, utilizzandole per alterare il corpo e renderlo capace di adattarsi ad ogni circostanza.
Nuovi muscoli e tendini si modellavano sovrapposti a quelli già presenti, rivestimenti e calcificazioni rendevano resistenti come acciaio ossa e cartilagine, cuore e vasi sanguigni si dilatavano ed irrobustivano per aumentare l'ossigenazione, l'apparato epatico sintetizzava catalizzatori capaci di neutralizzare tossine e veleni mentre il sistema endocrino somministrava direttamente nelle vene endorfine capaci di renderla inarrestabile e letale.
Era capace di percorrere milioni di anni nella scala evolutiva in poco più di un battito di ciglia.
Eppure si sentiva così fragile ogni volta che la Fame la sorprendeva.
Lilith la osservava spavalda, seduta su quel mucchio di carne macellata che qualcuno un tempo aveva chiamato per nome, un sorriso beffardo dipinto sul suo volto nero come la notte, vuoto come il cielo e pieno solo delle stelle nei suoi occhi.
Mariko avvertì un brivido gelido correre lungo la sua schiena, mentre il silicio organico si ritraeva all'interno del suo corpo, riportandola alla sua forma originaria. E fragile.
Lilith affondò la mano destra nell'ammasso sanguinolento, dove prima doveva essere il torace, mantenendo un equilibrio precario sulle sue gambe accavallate.
Il rumore della carne che penetrava altra carne violentò le orecchie di Mariko una volta ancora, rimbombando come una reminiscenza atavica nelle sue viscere.
Lilith estrasse con un gesto rapido e brutale un cuore pulsante, portandolo alla bocca con lasciva lentezza.
Le sue labbra parevano formarsi nel colore del sangue, mentre i denti affondavano nel muscolo schizzandone l'intero volto.
Chiuse gli occhi, sollevando il viso verso la notte, sospirando appena mentre un movimento della lingua raccoglieva il rivoletto sfuggito all'angolo della bocca.
"Sei allucinazione, non esisti. Sei solo un effetto collaterale" Mariko tentennò, tremante "sparisci!"
Lilith abbassò nuovamente il capo, continuando a masticare lentamente quella carne dura e sanguinolenta, incontrando lo sguardo di quella creatura che inveiva tremante.
Mosse appena le labbra, e mille donne di ogni nazione e razza parlarono contemporaneamente, all'unisono, concentrate in una sola voce.
"Esisto, bella bambina...esisto."
Allungò la mano insanguinata verso Mariko, porgendole quel cuore strappato da denti che ben poco avevano di umano.
"E tu devi avere molta fame...perchè non ne assaggi?Mangia, o sarà la Fame a divorare te"

mercoledì 30 aprile 2008

"...poichè il Suo nome è il Tuo poggiato sulle mie labbra"





"Sogni d'oro, preziosa creatura" le sussurravo lentamente, impercettibile, poggiando le labbra al suo orecchio, quasi sfiorandola.
E lei sorrideva in risposta, quegli occhi chiusi addormentati, regalandomi risposte rubate a chissà quale sogno...
"Dove sei, piccola mia?"
Ed immaginavo, intanto, quella battigia farsi morbida sotto i suoi piedi, lasciando impronte vive per il solo tempo di un onda, il sole cremisi del tramonto baciare appena le sue labbra con raggi troppo simili a gocce insanguinate, la brezza arricciare e scompigliarne i boccoli ribelli...
Seguivo il suo respiro attraversarle il corpo, perso tra le curve di seni che s'innalzavano come piccole colline, verso il cielo, scendendo fino a quel ventre rigonfio e pieno di tutto l'amore che esiste.
Ed il mio viso, intanto, si trasforvama delle curve dei sorrisi, di quelle stesse rughe d'espressione che nascono da labbra felici ed occhi sognanti.
"Ti amo dell'amore delle stelle" le sussurravo "la tua pelle porta con sè il profumo dell'infinito, l'essenza stessa di Dio...poichè il Suo nome è il Tuo poggiato sulle mie labbra".
La mia mano, intanto, scivolava lenta, leggera, quasi eterea, su quel grembo gravido, a voler cogliere flebili battiti e movimenti tanto occasionali quanto repentini.
E le mie dita, intanto, vedevano piccole mani stringersi in minuscoli pugni davanti ad occhioni neri e grandi ancora troppo giovani per poter essere svelati.
Già l'amavo, sebbene ancora non fosse se non per quel frammento di divino che brillava in lui, quell'anima così luminosa da accecarmi.
Che splendido dono mi ha concesso...
Lo sapevo sin dall'alba dei tempi.
Così come sapevo che l'avrei amata.
Dannandomi.
No, non me ne pento affatto.
Il tempo di una vita mortale, vissuta per lei e per lui, non può esser comprata per un prezzo così misero come l'eternità.
"Ti amo" il mio viso sul suo ventre "Ti amo".
"Vi amo" mentre il sonno e l'alba coglievano quanto di me restava...

domenica 20 aprile 2008

Un brusco risveglio

Il telefono suonava fastidioso, come fosse uno spillo conficcato nei timpani.
Aveva sonno, si. E nessunissima voglia di alzarsi.
Senza riuscire a sollevare la testa dal cuscino cercò tentoni il telefono, afferrò il ricevitore con un gesto forte e scoordinato, nervoso, portandolo alla bocca.
Non riuscì a pronunciare altro che un mugugno, un “umph” interrogativo ed infastidito, come l'espressione scavata dalla sua faccia sul cuscino lasciava intuire.
“Buongiorno, M.”
Si svegliò istantaneamente, quanto era in lui vibrava disturbato dal suono di quella voce, quasi come se ogni fibra di quel corpo nuovo di zecca si allertasse al minimo cenno del nemico.
“Hmph. A te, L. . A che devo tanto disturbo?”
“Non essere sempre così scontroso, M.!Fatti una doccia e poi scendi nella Hall, ho un regalo per te.”
Click.
Non il tempo di replicare, lasciando morire quel “non so che farmene dei tuoi regali” tra le labbra dell'uomo prima ancora di subvocalizzare la parola “Non”.
“'Fanculo”.
Una doccia, eh?Poggiò i piedi sul pavimento, gelido, rendendosi conto di esser carne e sangue per via dei brividi che correvano lungo la pelle.
Si gettò sotto il getto caldo, bollente, lasciandosi cullare dalle gocce che avvolgevano il suo nuovo corpo, scoprendo uno splendido metodo per rendere meno traumatica la transizione dal sonno alla veglia.
I vestiti giacevano abbandonati ai piedi del letto, pronti ad esser indossati non appena asciugate le ultime gocce che opponevano resistenza tra le sue scapole.
Chiuse la porta alle sue spalle ed affrontò le scale, lentamente, quasi volesse godersi ogni gradino che lo separava dall'Avversario. Non temeva L., semplicemente mal tollerava l'idea di avere a che fare con lui, sebbene lo rispettasse molto.
E tollerava ancora meno l'idea di dovergli un favore, per essere precisi.
L'ultimo scalino fu il più difficile da scendere.
“Buongiorno, M.” lo accolse, il sorriso smagliante ed ampio sulle labbra, negli occhi l'eternità.
Non si sforzò neppure di sorridere, o di rispondere: un cenno fu tutto quello che disse.
“Scontroso come sempre, mio caro!” disse tamburellando con le unghie sul bancone logoro di un legno il cui colore originario era andato perduto nel tempo.

mercoledì 9 aprile 2008

Lucien - Capitolo Non lo So



Attendevo senza troppa convinzione, nascosto tra le ombre proiettate dai lampioni, solo quelle dannatissime sigarette a rivelare la mia presenza.
Dovrei smettere di fumare.
O forse dovrei smettere di ricominciare ogni volta che le cose mi sfuggono di mano.
Nadine, Nadine. Dannata Nadine.
Prepari i tuoi bagagli, l'espressione confusa mentre le dita scivolano sui tuoi abiti più belli, tra le stoffe di quella lingerie che di te ho soltanto immaginato.
Già, di pura immaginazione ho la testa fottuta...
Eppure credevo che la tua follia non fosse contagiosa, m'illudevo che il tuo non fosse un morbo capace di scavare anche dentro le mie cellule.
Merde.
Cosa ci faccio ancora qui, sotto casa tua, troppo intento a spegnere sigarette fissando la tua silhouette comparire dietro le tende?
Non lo so...non lo so.
Vorrei sfondare quella porta a calci, piombare nella tua stanza e scaraventare via quella valigia dal letto, baciarti e dirti che non te ne andrai via così, che non ti lascerò partire senza almeno aver scavato una cicatrice sulla mia anima, senza prima cucirti addosso un pezzo di me...
Ed allora per quale dannata ragione non riesco a muovermi da qui?
Dimmelo.
Dannato me, dannati i tuoi occhi.
Se solo non t'avessi mai incontrata, Nadine.
Sei quel vizio che non riesco a smettere.
Mi annebbi, tu e quel tuo sorriso, le tue parole abbandonate sulle mie labbra...
Ti ammazzerei, se solo potessi.
Un killer che non riesce ad ucciderti...che scena ridicola, non trovi?
Tu sai che sono qui, avverti il mio respiro, i miei pensieri...
Ed allora perchè non mi cerchi? Cosa vuoi da me, Nadine?
Forse vuoi tutto quello che non posso darti, o forse non te ne importa affatto.
O semplicemente non ti fidi di me.
Non mi conosci, non sai chi sia in realtà.
Ti capisco, ma chere...
Eppure ti ho dato più di quanto io dia a me stesso.
Non sai che sono un assassino.
Magari lo hai intuito ed hai deciso di fuggire.
Certi segreti devono restare tali, graziosa signorina.
Se tu sapessi, io non avrei altra scelta che uccidere anche te.
La mie menzogna, il mio tacere, per quanto doloroso, null'altro è che istinto di protezione.
Esatto, Nadine. Non voglio farti male.
Forse per questo non riesco a muovere un passo, forse non ho paura di perdermi in te...ma ho solo paura di perdere te.
Non ti fermerò, Nadine.
Non voglio farti male.
Non più di quanto ne stia già facendo a me...
Un'ultima sigaretta, Nadine, e poi me ne andrò.
Voglio guardarti un'ultima volta.
E poi...non lo so.
Non so più nulla, Nadine.
Se solo non fossi Lucien...

lunedì 7 aprile 2008

Mariko




Mariko attendeva silenziosa, in equilibrio irreale ed onirico, sospesa a più di duecento metri dalla strada che scorreva come in piena sotto i suoi occhi.
Solo il suo piede destro, la punta appena, era l'epicentro del suo mondo, il punto d'equilibrio che la separava da morte certa.
Eppure non pareva curarsene, troppo semplice il gesto e misero lo sforzo, incredibilmente attenta ed assorta in quello che sapeva fare meglio.
Cacciare.
Attendeva la sua preda come un falco, sospesa così in alto da farle sentire un paio d'ali.
Scrutava da chilometri di distanza ogni centimetro quadrato di Tokyo, spiando ed investigando attraverso il sensore telescopico implantato nei suoi occhi al silicio organico, a caccia.
Violava le identità, anche quelle più nascoste, nulla poteva restarle celato.
Si sentiva una sorta di Deva, una creatura al di sopra degli uomini, oltre la morale stessa, oltre la vita.
E la morte.
La sua preda correva veloce, lanciata a folle velocità su due ruote nere come la notte, scintillanti contro l'asfalto e nei riflessi al neon delle insegne.
"Ancora qualche istante", subvocalizzava mentre il telemetro inondava di numeri in rosso l'interno delle sue iridi.
"Ancora qualche istante e sarai mio"
L'HUD nel suo campo visivo si trasformò, ad un impulso neurale, in un reticolato di numeri e luci, mentre un minaccioso cerchio crociato s'imprimeva violento, tracciandolo, sulla figura in movimento.
L'aveva agganciato, era suo, ormai.
Un kilometro.
Estrasse la lama dal fodero in polimeri neri ad alta resistenza, vide il metallo color ossidiana illuminarsi appena riflesso del rosso dei suoi occhi.
Cinquecento metri.
Portò la Katana alle labbra, appoggiandola appena sulla lingua per saggianre il filo.
Un rivolo di sangue le inondò la bocca, riempiendola del sapore del rame e della vita.
Era eccitata, voleva mordere carni e tagliare ossa, osservare la preda dilaniata dalle sue zanne.
Voleva dare la morte.
Duecento metri.
Portò la lama dietro la schiena, un artiglio pronto a colpire, concentrando gli occhi sulla preda.
Lasciandosi cadere nel vuoto, a capofitto, i lunghi capelli neri spinti indietro dal vento e le luci della strada sempre più vicine e minacciose, sorrise.
50 metri.40 metri.
Allargò le braccia, quasi fossero ali.
30 metri.
La lama davanti al suo viso, a fendere il vento.
20 metri.
Il telemetro impazziva, il bersaglio in traiettoria d'impatto con quel corpo in caduta libera.
10 metri.
Concentrazione.
Impatto.
Un istante, un pensiero, ed i deceleratori si attivarono ad un comando neurale di Mariko, riducendo drasticamente la velocità di caduta.
Si trovò sospesa, una frazione di secondo infinita, al rallentatore.
Cercò gli occhi della sua preda, nascosti sotto il casco, belli, di un azzurro così intenso da ricordarle il mare della costa dove era nata e cresciuta...
Vide il terrore , la consapevolezza della preda che sta per morire.
Il suo piede destro sulla maschera della motocicletta, contro ogni legge della fisica, il solo sostegno per quel corpo aggraziato che si raccoglieva in un unico movimento, pronto a scattare in un balzo felino.
La lama si mosse in avanti, trasportata dallo slancio impresso dalle sue gambe, abbattendosi su quel corpo in velocità.
Il sangue le schizzò sul viso, copioso e furioso, inebriante, assordante insieme al rumore delle carni e delle ossa tranciate di netto sotto il filo impietoso della lama, oramai color cremisi.
Il tempo riprese a scorrere, e tutto terminò nello spazio di un battito del cuore.
La moto cadde rovinosamente per terra, strisciando scintille contro l'asfalto della strada affollata, abbandonando un corpo tranciato di netto sul selciato ed una sihlouette che cadeva aggraziata pochi metri distante.
Mariko sorrise, gustando il sapore del sangue che ancora le macchiava la bocca ed il viso.

lunedì 24 marzo 2008

L'Arlecchino

Non riesco mai a capacitarmi di questa dicotomica sensazione che mi domina, febbrile e glaciale insieme, la cui carne è rabbia immensa ed il sangue speranza incrollabile.
Merito, forse, della mia natura duale, divisa tra mondi che s'incontrano, incrociano e collidono seminando frammenti vaganti nello spazio.
Figlio d'Orso e di Lupa.
Ho così voglia di ridere, oggi, correre tra città e balzare contro muri, arrampicarmi sui tetti ed accogliere ogni raggio delle Lune tra le mie braccia...
Siii, voglio urlare! e cantare e roteare e stravolgere e volteggiare!
Sono io, Città! Ci sono anche io!
Seducimi, su! offrimi di quel vino che scorre dalle tue fontane, così rosso, lasciami ubriacare! Incantami e sorreggimi, sbronzo, ad ogni passo.
Saprò ricambiare.
Come possa, questo arlecchino grigio e cupo?
Sorrido, mia cara Città, sorrido beffardo.
Io sono il Giullare, il Buffone, la Maschera.
Ti guardo sornione, sbatto gli occhioni, corrugo le labbra e strizzo una lacrima, rido se vuoi, o canto se t'aggrada! T'innamoro, se lo desideri...o ti strappo il cuore, se preferisci, rubandoti l'anima.
Città, Città!
Ti amooooooo Città!
Ho già una rosa in bocca e l'orchestra suona sotto il ponte.
Vuoi danzare con me?

giovedì 20 marzo 2008

La vita, gli impegni, le emozioni...

Il mondo bussa insistente alla porta di casa, e così dannatamente non rispondo, non apro.
Ed allora s'incazza, attaccandosi rabbioso al campanello e sbraitando come un pazzo.
Ormai non prova neanche più a stare calmo.
Mi faccio attendere, lascio che mi cerchi, perchè in fondo lui sa che io sono in casa...
Una sottile presa per il culo, mostro appena l'occhio dallo spioncino e rispondo beffardaente con un "non ci sono, passa dopo, sono fuori"...ed allora sono i calci di stivali ferrati quelli che si abbattono sulla porta d'ingresso, nocche sbucciate dai troppi pugni dati quelle che si abbattono in modo tutt'altro che gentile.
Come s'incazza, il mio Mondo!
Ma io devo prepararmi, risvegliare dal sonno quel poco cervello rimasto ancorato alla realtà, magari bevendo quel caffè stitico che solo la mia macchinetta, stupida ma premurosa, riesce a prepararmi.
Il tempo di stropicciarmi gli occhi e sbadigliare stiracchiandomi un poco, chiedo solo questo.
Bugia. Devo almeno fare l'ippopotamo per qualche minuto, immerso nella vasca da bagno, prima di poterlo affrontare di nuovo, questo Mondo.
Dai, Mondo, non incazzarti troppo! Ti prometto che la cravatta sarà annodata nel modo giusto, con il mezzo windsor che "fa fine e non impegna", quello informale ed elegante al tempo stesso che si sposa fin troppo bene su questa faccia di bronzo brevettata...
Va bene, va bene, ti lascio entrare, ma smettila di buttare giù questa porta.
Se proprio insisti entra pure, vorrà dire che sopporterai i miei tempi, almeno fintanto che la mia mente potrà continuare ad imporsi.
Ciao Mondo, vuoi un caffè?Stitichello, ad essere sinceri, servito goccia a goccia, uno stillicidio di caffeina. Ma ho solo questa come alternativa alla moka, quindi fattela bastare.
In fin dei conti sei a casa mia, caro il mio Mondo, quindi accontentati e non rompere troppo i coglioni.
Se ti dovesse annoiare attendere, beh, c'è una magnifica libreria in salotto...se volessi farti male, accendi pure la tv o gioca con il Wii...insomma fa un pò il cazzo che vuoi, basta che aspetti zitto, in religioso silenzio.
No, non mi va di parlarti, voglio godermi i suoni del mattino.
Aspetta che sia pronto, con indosso l'uniforme da Mondo prima di rivolgermi la parola.
Fino a quel momento non esisti.

martedì 4 marzo 2008

Cenere alla cenere

Nadine, Nadine...
Quanti pensieri, quante notti prive di sonno...quante emozioni.
Questa notte è stata l'ultima.
Osservo l'alba, splendido momento per abbandonare al vento parole che non ho mai pronunciato...
e che non pronuncerò mai più.
“Ti amo, Nadine”.
Sono come seta, morbide e delicate, avvolgenti, calde.
Così dannatamente vere da apparir vive.
Da poter essere uccise.
Nadine, Nadine...pensiero ricorrente, mio infinito...devo ucciderle, lo sai?
E' questione di sopravvivenza, ma chere...
Non conosco nulla di te, mi sono lasciato travolgere, fidandomi, permettendoti di scavare a fondo nel corpo e nell'anima...sei cenere, ciò che resta di un incendio che mi ha bruciato fino alle ossa. Sei polvere.
Non posso lasciarti andare oltre, non così.
Non c'è più spazio per il gioco, la vita bussa alla porta di questa suite nelle vesti della donna di servizio: silenziosa, discreta e pronta a far pulizia della cenere.
Lascio Montecarlo, ma chere, è tempo di rimettersi in viaggio...
...mi ritroverai, se lo vorrai.
Se lo vorrò davvero.
Devo andare, Nadine, non senza prima aver ucciso quelle parole...
“Ti ho amata”.

domenica 2 marzo 2008

Parole e Cicatrici

Suite Churchill

Nadine, Nadine...
Avevi previsto tutto.
Sai come entrare nell'anima per non uscirne più.
Le dita scivolano veloci sulla busta, s'insinuano ad estrarre voraci quel foglio così profumato di te, quasi potessero leggere le tue parole.
La tua calligrafia è splendidamente nervosa, così pregna dell'emozione che ti domina nell'istante in cui graffi quella pagina...
Leggo di te, del dubbio e della paura, di quel grido che ti trascina lontano.
Nadine...hai davvero paura di me, di te.
Paura del suono della parola “noi”.
Non ti biasimo, ma petite.
Sei fragile, insicura. Non sai davvero ciò che vuoi.
Urli libertà e temi solitudine, cerchi il calore di un corpo ed il freddo del vento, il sogno e la cruda realtà.
Che splendida creatura sei.
Dannata.
Le tue parole scivolano come pioggia sulla pelle, avvolgendomi quasi fossero di te mani e labbra...
Non t'innamorerai di me, sostieni...ma puoi davvero crederlo, quando sono i tuoi pensieri ad invocarmi nella notte?
Il tuo spettro aleggia in questa stanza, ne avverto il peso nel profilo delle tue labbra sul mio Martini, nel freddo di lenzuola che parlano di te e di me.
Sei qui, Nadine. Lontana chilometri, ma pur sempre qui.
Forse è solo dovuto al mio tenerti sigillata nell' anima, senza nessuna intenzione di lasciarti andare.
Diamine, siamo della stessa grezza materia, Nadine, argilla che desidera esser modellata da sangue e amore.
Puoi negarlo, se vuoi, nasconderlo a me ed al mondo intero, ma non riuscirai a mentire a te stessa, ma chere.
Nessun luogo sarà mai lontano abbastanza da farti dimenticare i miei occhi, le mie labbra, i miei baci, quelle notti scritte per noi soltanto.
Ti tormenteranno i nostri corpi umidi del sapore delle nostre bocche, le parole sussurrate tra i capelli, la passione delle nostre carni unite in un unico essere...
Ed allora va', ma chere, cavalca la brezza e librati in volo senza me, non ti tratterrò.
Non ti cercherò.
Chiuderò gli occhi ogni volta che vorrò trovarti. E perdermi in te.
Torna, se vorrai, saprò riconoscerti...
Di te conserverò il segno nelle profondità nell'anima, splendida cicatrice, in un luogo accessibile a me soltanto.
Ricordami, se puoi, e custodisci un frammento di me.
Altrimenti illuditi, se ti riesce, convivi con quel vuoto che ti porterai dentro ad ogni alba...
Quel rimpianto che porta il mio nome: Lucien.

venerdì 29 febbraio 2008

Il tuo profumo...

Un altro Martini...
Nuovamente al bancone, seduto e con troppi bicchieri vuoti davanti a me.
Mi sento soffocare, ho bisogno d'aria.
Camminare dritto non mi è difficile nonostante i passi lunghi, il troppo alcool è l'ultimo dei problemi per uno come me...
La notte mi accarezza il viso fuori dal Cafè de Paris, accogliendomi in quel solito abbraccio che troppo bene conosco e che altrettanto amo.
Montecarlo è una splendida donna ogni volta che la tenebra l'avvolge, irresistibile nel suo sorriso riflesso in ogni neon e nei suoi profumi mescolati alla salsedine...
Mi seduce chiamandomi per nome ad ogni passo...sussurrandomi con la tua voce.
Sorriso entrando nella Hall, rievocando il nostro primo incontro, quegli sguardi catturati come in un'istantanea indelebile...
Eri così bella da tagliarmi il fiato prima che potesse scendere nei polmoni.
Nadine, Nadine...
Riappari come uno spettro, un battito di ciglia ubriaco di Martini, e cavalcando i fumi alcolici sparisci...
Non posso fare a meno di continuare a sorridere.
“Bon nuit, Armand”
“Bon nuit, monsieur Lucien. La chiave della sua suite”
Cordiale come sempre.
“Merci, Armand”
Avvio i passi verso le scale, mi attende un altro Martini.
Ho voglia di pensarti ancora, mentre realizzo quanto queste chiavi siano così pesanti quando si è soli a portarle.
“Attend, monsieur!” la voce di Armand mi blocca a pochi metri dal bancone “c'è una lettera per lei”.
Un solo sguardo, il tuo nome sulla busta.
Nadine.
Ed il tuo profumo, improvviso, inonda i miei sensi...