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mercoledì 13 febbraio 2019

Crocicchi


La lama aprì un la carne del palmo con un bruciore che gli fece urlare le sinapsi come le sirene di un’ambulanza. Nei film sembrava sempre così facile ed indolore, mentre invece faceva un male cane. 
Cacciò una bestemmia mentre un intero fiotto di sangue denso e quasi nero colava dalla mano destra nel braciere, dritto dritto su ciocche di capelli, una croce, frattaglie animali ed erbe dai nomi assurdi che solo Mama Zula riusciva a pronunciare senza intrecciarsi la lingua.
Si mise a cantilenare parole a metà tra il latino ed un B-movie, sentendosi come Ash alle prese con il Necronomicon, concludendo il tutto con un “amen”. 
E poi niente, neppure un soffio di vento, i grilli non smisero di rompere con il loro equivalente di “scopareeeee”, gli uccelli notturni neppure e nulla, ma proprio nulla, di strano accadde. 
“Ma sono decisamente un coglione” uscì dalla sua bocca insieme ad un sospiro ed allo scendere delle spalle.
“Effettivamente”
L’anima quasi gli uscì fori dal corpo insieme ad un gridolino stridulo degno di una cheerleader in Scream
Un uomo in completo nero, con tanto di tuba e bastone, pallido come un cencio gli stava alle spalle, guardandolo incuriosito
“Il taglio” indicò la mano del ragazzo agitando lieve la punta del bastone “Brutta roba, spero non ti sia lesionato un tendine. Temo ci vorranno dei punti”
Tolse dalla pochette un fazzoletto bianco, tenendolo tra indice e pollice, e lo porse al ragazzo cercando di tenere la maggior distanza possibile. Il tutto con una malcelata smorfia di schifo che gli correva tra gli angoli della bocca.
Il fazzoletto gli cadde sulla mano, macchiandosi di rosso e ferro. Non riuscì a proferir parola, ogni capacità cerebrale s’interruppe di botto, quasi gli fossero saltati dei fusibili per la troppa tensione. 
“Poi, a voler puntualizzare” aggiunse il cadavere in tuxedo “una robetta superficiale, giusto qualche goccia, avrebbe fatto il suo lavoro. Siete sempre esagerati, voi umani”
L’unica cosa che realizzò fu che, nel suo caso, Fight or Flight non trovava applicazione, lasciando spazio ad una terza opzione: cagarsi nelle mutande.
“Ehy, mi hai chiamato tu. Un po’ di dignità, figliolo”
Il ragazzo biascicò una serie di mugugni degni di un bimbo che mette i dentini.
“Dal mutismo al mugugno è già un progresso” fece un passo in avanti e si abbassò sulle ginocchia, mettendosi muso a muso “Avresti potuto recuperare con un Klaatu Barada Ncoughcoughcough” bisbigliò l’Uomo in Neroma credo di non potermi aspettare tanto da te”
Si rimise in piedi appoggiandosi al bastone, poi scosse la polvere dalle scarpe, sfoderando un sorriso da venditore di auto usate.
“Piacere di conoscerti, George. Cosa posso fare per te?”

lunedì 20 novembre 2017

Solo una notte

Era fuori da solo più di una notte, eppure già le mancava.
La peggiore delle droghe, la più fottuta dipendenza.
Sedeva sul letto, le gambe incrociate nel tentativo di meditare, vano cemo non pensare a lei per un istante.
Poteva sentire il suo profumo strofinare le lenzuola ed incollarglisi addosso, il suo respiro farsi spazio nella stanza come la brezza di una notte estiva, la sua pelle brillare nella penombra ed i suoi occhi, ancora svegli, fissarlo dal confine tra dolcezza e desiderio.
Era la sua alterazione genetica.
Le mancava. Si, cazzo se le mancava.
Eppure, eppure.
Ci fu un tempo in cui aveva vissuto senza lei. E non poteva dire male. Neppure bene.
"Cazzate, era oblio"
Sorrise nell'ascoltare il suono della propria voce riportarlo alla realtà con un ceffone.
Già, era stato non vivere: la negazione del tutto, la solitudine più nera.
Chi l'avrebbe detto mai? Incontrarla a quel diner... o, forse, incontrarla di nuovo. E rimescolare tutto una volta ancora.
Lei era sempre esistita, come un'anima ancestrale, come la predestinazione, la sua storia ricursiva, il finale ideale, l'inizio più desiderato.
Non poteva farne a meno, per questo l'aveva cercata in ogni volto, percorrendo scalzo infiniti spazi, facendosi a pezzi, svendendo frammenti di sè pur di trovare, anche solo per un istante, quello che sapeva mancargli.
Sbagliando ogni volta.
Un trillo, una vibrazione, un display che si illumina di un nome: Sirah.
Il cuore salta un battito, la mano cerca il telefono, la pressione di un tasto, l'amore in un respiro che sembra fermare il tempo.
Ci furono esplosioni dentro di lui, interi universi in collisione nel percorso tra sinapsi e cuore, facendo il giro lungo per lo stomaco.
Saltò un altro battito o due, sentì il cuore accelerare ed un formicolio agli arti, il tutto condito da un'attacco di rincoglionimento acuto che a momenti gli impediva di parlare.


sabato 18 novembre 2017

Shh, dormi

Sollevò improvvise le palpebre, uscendo lasciando a metà quel gelato al pistacchio che grondava sotto il sole estivo, mescolandosi al verde del prato.
"Gnam, mmm" furono i versi gutturali che emise stropicciandosi gli occhi.
Respirò dilatando le narici a formare il muso di un macaco, poi girandosi di lato nella speranza che il gelato fosse da qualche parte, accando a lui.
E invece.
Sirah respirava i suoi sogni con la delicatezza delle onde sul bagnasciuga, un uragano di capelli sul cuscino sprimacciato e le ossicina raccolte a gomitolo sotto un piumone mai abbastanza caldo.
 Ed era decisamente più bella di un cono al pistacchio.
Inebetito dal sonno e ancor di più dalla sua dolcezza. le si mise accanto, avvolgendola con braccia e gambe, intrecciandosi in quella posizione che avevano imparato a chiamare "la presa del calamaro".
Un sorriso gli si aprì tra le labbra al contatto col suo corpo, si fermò di scatto quando lei ebbe un brivido e sospirò quasi a svegliarsi: voleva che continuasse a sognare e, forse, voleva provare a rendere i suoi sogni ancora più belli.
Appoggiò il naso sulla sua nuca, respirando l'odore selvatico di quella stregatta che aveva fatto del loro letto la sua tana, perdendosi nel più bello dei sogni lucidi.
Posò un bacio, poi un altro, e un altro ancora. Delicatamente, senza svegliarla, coccolandola di dolcezze che la sua mente non avrebbe mai conosciuto, ma che la sua anima non avrebbe mai dimenticato.
"Xander" bofonchiò masticando troppe consonanti per risultare comprensibili ad altre orecchie se non alle sue.
"Shhh, principessa" sussurrò mieloso e sdolcinato come non mai, ma ormai il suo tasso glicemico era ben oltre i limiti consentiti dal diabete di tipo II "Dormi"
La baciò ancora, sussurrandole una canzone della quale non conosceva le parole, ma solo sillabe che suonavano dolci come tutto l'amore che c'è.
E forse era proprio quello il punto: non contavano le parole, ma la musica.

mercoledì 15 novembre 2017

Biglietto per le stelle

"Ecco"
Tirò fuori dalla tasca un rettangolo di carta bianca, stropicciato tanto quanto i suoi occhi cerchiati di nero. Pensarla gli stava rovinando il sonno.
"Che è 'sta roba?"
Sempre la solita vocetta attaccabrighe. Fece finta di nulla ed abbozzò un sorriso in risposta, mentre la temperatura interna cominciava a superare i 40.
"Un biglietto per le stelle" disse, facendo scivolare indice e pollice rivelandone un secondo "In realtà sono ben due."
Aveva l'aria soddisfatta ed il sorriso sornione di chi la sa lunga. A lei sembrava semplicemente e adorabilmente goffo.
Lei lo guardò in risposta, strizzando gli occhi come a cercare di vedere chiaro un'immagine sfocata.
"Eh? Ah. Mi sembrano solo due pezzi di carta"
Sospirò lasciando cadere le spalle come se Netwon in persona le stesse schiacciando dall'alto.
"Appunto. E sono bianchi. E sono due" disse sventolandoglieli in faccia, solleticandole il naso.
"Daiiii" sbuffò allontanandoli con la mano.
Sorrise in risposta, incapace di fare altro, interrompendosi congelato quasi lo avessero immerso nell'azoto liquido.
Era bella, diamine quanto era bella.
E lui un cretino.
"Quindi, che ci facciamo con questi fogli bianchi?"
Xander restò un istante in silenzio. Tutto quello che aveva pensato di dire era scomparso come un fantasma all'alba, sciolto come un pupazzo di neve in una fonderia.
Si, decisamente un cretino.
"Sono da scrivere e colorare. A te gli acquerelli, a me le parole."
Woah. Questa gli era riuscita bene. Forse.
"Sono il viaggio, le tappe e la destinazione. Sono la nostra opportunità e la scelta, il punto d'incontro, la mano nella mano. Sono i nostri passi armonici, le nostre orme sulla sabbia. Sono la nostra memoria, l'assenza di rimpiati. Sono i nostri sogni distillati in progetti."
Si accorse che la voce gli moriva in gola, stringendogli le corde vocali e soffocandogli il fiato.
"Sono la nostra vita".



martedì 14 novembre 2017

Quella cosetta pelle e ossa

"Ohhhh OHHhh Ohhhh AHHHHHHhhhhh..."
Tumph.
Il seno gli cadde addosso, così come il resto delle ossicina fragili attaccate.
Ed era bello.
I capelli gli finirono in faccia, costringendo il naso ad arriciarsi e la bocca a sputacchiare impastata.
Ed era bello anche questo.
Le labbra gli si aprirono in un sorriso, tra un respiro affannato ed un altro cardiopatico, mentre lei gli scivolava accanto con la stessa grazia di un bradipo anestetizzato.
Ed era, per quanto strano, ancor più bello.
Allungò la mano, tremante dal piacere, verso la sua pelle sudata, sfiorandole appena le guance.
"Non mi toccare!" urlò, risucchiando dal naso l'ultima sillaba.
"Ma che cazz...?"
Ritirò la mano come se un coccodrillo fosse in procinto di morderla.
"Stai bene, Sirah?"
"Shhhhhh" sibilò
"Eh?"
"Shh shh shh" urlò soffiando o soffiò urlando. Non che ci stesse capendo molto, o che cogliesse la differenza.
"Oookkk"
Si girò sul fianco, ammirando il suo seno salire e scendere come la marea sul suo ventre, rimbecillito dalla bellezza dei suoi occhi chiusi.
Sorrise ancora, e se solo avesse avuto uno specchio davanti avrebbe visto l'espressione di un cammello nella stagione degli amori.
Con tutte le forze che gli restavano si protese in avanti, con il ventre che ancora pulsava, per posarle un bacio dal sapore che mai aveva avuto in bocca.
Ne sentì il calore, la vicinanza, il contatto, il fiato caldo che soffiava.
E quasi sentì il Big Bang esplodergli nel cuore.
"Non mi toccare! Non mi toccare" urlò ancora, colpendolo con un pugno che gli fece comprendere la vera natura del Big Bang.
"Ma che cazzo ti prende?" disse, portandosi le mani al viso.
Nessuna risposta giunse da quel corpo schiacciato dalla forza di gravità, se non dei "mmm" e "shh" e "fff fff" uniti ad un respiro tra il coma e la morte apparente.
Restò immobile per un istante, inarcò le sopracciglia, si grattò la testa e poi una chiappa, producendo dei sonori sgrat sgrat.
Si abbandonò sulla schiena, smuovendo l'aria nella stanza cacciandola nei propri polmoni.
Per la prima volta nella storia, un uomo avrebbe voluto fare le coccole ed una donna le rifiutava.
Wow, roba da guiness.
Oppure il mondo stava proprio cambiando.
E pensava a cosa avesse fatto di strano, di sbagliato, se non le fosse piaciuto o se, addirittura, l'avesse fatta addormentare.
Addormentare... occazzo.
La guardò con la coda dell'occhio, pronto a far finta di niente nel caso in cui fosse già più addormentata di Biancaneve dopo una scorpacciata di mele stregate.
E si vide su di un monte tibetano, con il culo al freddo, pelato, fare il bonzo perchè con le donne, forse, sarebbe stato meglio lasciar perdere. Coltivò riso e patate, imparò la cerimonia del tè e praticò il kung fu, fermandosi solo in tarda età per via della sciatica aggravata dall'umidità tibeana. Si vide vecchio, con la barba lunga, a contemplare l'infinito.
Osservava il sè pelato fumare dal cranio per la condensa volatile, quando qualcosa lo riportò alla realtà.
Era un tocco, una sensazione di calore, la pelle umida.
Un brivido gli corse lungo la schiena, una testolina chiomata si fece spazio sull'incavo tra braccio e torso, una mano salì a cercargli il petto, una gamba si accavallò alle sue ed un corpo morbido gli aderì come cera liquida.
Il fiatò gli morì in gola, incapace di altre azioni se non temporeggiargli dentro i polmoni.
E sentì quel cazzo di Big Bang esplodergli in petto, mandandogli botte di ossitocina che, lo sapeva, cazzo se lo sapeva, lo avrebbero legato anima e corpo a quella cosetta pelle e ossa rannicchiata su di lui.
"Xander..."
"Si?" rispose lui.
"Ti amo"
E lui non capì più nulla. Anzi, capì di non aver mai capito nulla, fino ad allora.
"Ti amo anche io" fu tutto ciò che riuscì a dire.



domenica 17 settembre 2017

La vita nelle piccole cose

Mondi distanti come stelle che hanno smesso di guardarsi.
Era tempo di accettarlo, mandarlo giu' a forza, inghiottendolo come curaro.
Era tempo di morte.
Prendeva fiato, lentamente, fissando il bianco della pagina e contando i respiri tra i battiti, smarrito.
Come erano arrivati a quel punto?
Dettagli insignificanti scivolavano tra le dita, facendo a pezzi tutto quello che insieme componevano.
Erano il primato, la luce e l'atomo, linee temporali e infinito.
Passato. Tutto cio' che restava.

Le dita premevano sui tasti, rigurgitando parole acide, bile che gli bruciava gli occhi.

Era tutto cosi' sbagliato: avevamo smesso d'essere il primato.

Assurdo.

Morto.

Fu.

La vita nelle piccole cose.

venerdì 28 febbraio 2014

Una notte come tante

CAPITOLO 2

LAURA
TORINO -GIOVEDì ORE 22, ZONA INDUSTRIALE
I fuochi bruciavano nella notte proiettando ombre danzanti sulle pareti grigie dei capannoni. Il freddo mordeva già le ossa di cosce avvolte di rete e culi resi ancora più sodi dagli schiaffi del gelo.
L’ultima delle sue compagne salì su di una piccola utilitaria, una fiat punto con il suo bagaglio di ormoni frustrati e scopate mancate del Signor Rossi di turno, lasciandola sola.
Per quanto fosse normale trovarsi come un cane abbandonato, non riusciva ad abituarvisi. La notte è un brutto posto in cui trovarsi se fai il mestiere più antico del mondo.
Quello era il mondo di Laura, una battona come tante, giovane quanto bastava per lavorare ma troppo vecchia per sperare in una vita migliore. Vita migliore di cosa, poi? Faceva bei soldi, tutto sommato. Sicuramente più della sua amica che si rompeva la schiena pulendo scale di un ospedale in subappalto di un subappalto. E poi era tutto esentasse, solo un pappone a prenderle il 30%. Meglio del 70% che si sarebbe preso lo Stato con un lavoro, come dire, più “rispettabile”.
Si accese una sigaretta avvicinandosi ad un bidone incendiato, a scaldarsi la figa per il prossimo cliente. Un vecchio trucco del mestiere tramandato da generazioni. Forse dalla creazione stessa del mondo.
Una berlina nera squarciò l'asfalto con fari allo xeon, avanzando lentamente lungo la strada come una pantera a caccia della sua preda. Laura tirò una boccata lunga e profonda dalla sigaretta, lasciando un'impronta rossa e appiccicosa sul filtro. Inarcò le sopracciglia, intenta a studiare il nuovo arrivato. Macchinoni del genere non capitavano spesso da quelle parti, e quando lo accadeva un simile evento si trattava sempre di qualche cliente alla ricerca di una cavalcata al pelo o una donna da picchiare per qualche centinaia di euro. Con tutti quegli anni passati sulla strada aveva comonciato a pensare che sanità mentale e denaro fossero, in qualche modo, inversamente proporzionali.

E poi quei tizi che puzzano di colonia da 200 euro e vestiti con abiti sartoriali le stavano sulle palle, con quella loro aria da padroni del mondo. Poi, la inquietavano. Le chiedevano cose strane, cose che non ti aspetteresti da gente... normale. Laura preferiva le persone comuni, quella che puzzavano di sudore e si concedevano una sana e normale scopata con una disposta a dargliela senza troppe paranoie, capace di far sentire uno stallone da monta anche il più insignificante degli uccelli. Lei non chiedeva neppure l'orgasmo, non era lì per questo. Come un erogatore di piacere, inserisci il cash ed ottieni il prodotto. Semplice e lineare.
Laura girò le spalle alla vettura, cominciando a passeggiare. Decisamente non le piaceva esser sola.


venerdì 5 ottobre 2012

La mia libertà

Libertà

Puzza di asfalto, la mia libertà.
Sa di cenere, bruciato ed ozono.
Ha il sapore dei chilometri, della distanza che riesco a mettere tra me e me stesso.
Non solo dal resto del mondo.
E' arte della fuga, la mia libertà, un equilibrio instabile, la corda di un funambolo sospesa tra due grattacieli.
Ondeggia, questa mia libertà.
E' l'aria che mi riempie i polmoni, è il soffocare della sua assenza.
Un tuffo da una scogliera quando le vertigini sono l'unica cosa che sento.
E' lanciare quella dannata monetina, la mia libertà, fottermi la testa tirando croce.
Gioca d'azzardo, questa mia libertà.
E' che non me ne frega niente, la mia libertà, l'arte di volare in alto
Finché il cuore batte ed il cervello non si perde un colpo.
Canta un vecchio pezzo dei Queen, la mia libertà, don't stop me now.
I am an atom bomb about to woo woo woo woo explooooooodeee!
E brucia tra le stelle, questa mia libertà, diretta al Sole.
E brucio anch'io.
Non ha una morale, la mia libertà, è un rigurgito di dignità.
Urla il pianto isterico d'un bimbo e le grida di una folla, questa mia libertà.
E' fischi di proiettili vaganti e manganelli, ha il volto di mio nonno.
E' la vita incandescente.
E' il lamento.
E' la pace.
E' la rabbia.
E' il mio futuro.
E' la mia vita.
E' la mia morte.
E' il mio taglio.
E' il mio strappo.
E' mia la cicatrice.
E' che non me ne frega un cazzo.
E' soltanto mia, questa libertà.


martedì 28 agosto 2012

Non è riciclare

Non è riclare, è che mi piace davvero tanto ed allora ho dovuto... è stato più forte di me...

Ancora una coppa, Splendore?
Su, non è poi così forte...
Avrei voglia di ballare, se solo le mie ginocchia non tremassero, due Giuda cartilaginei pronti a far perdere l'equilibrio...
Buffo, vero?
Sei meravigliosa quando sorridi.
E contagiosa.
Avrei dovuto bere un po' meno, hai ragione...ma che importa, in fondo?
No, non guiderò affatto, passeggeremo lungo il Po, in equilibrio precario forse, con solo i rumori della notte!
Lo voglio!
Ti offro il mio braccio, Splendore, sarò il tuo cavaliere.
Ammesso che riesca ad alzarmi.
Noo, non ridere! Non sei mica messa meglio, vorrò proprio ridere guardando tutto quell'alcool camminare su quei tacchi!
Dai, su...reggiti a me...non così, cadiamooo!
Mi farai morire! Signorina, sei una falsa magra! Almeno l'atterraggio è stato morbido?
Il mio stomaco ti ringrazia, bestiaccia.
Potrei mangiarti qui, adesso, se non la dovessi smettere immediatamente di ridere!
Dai, lo sai che impazzisco quando vedo quelle guance rosse, quelle fossette!
Smettila, o non riuscirò a controllarmi.
Sei in crisi, come ti fermo?
Ahhh, stupidina!La gente ci guarda come fossimo due idioti, su, rimettiamoci in piedi! 
No, non fare il peso morto, sto in piedi per scommessa anche io!
Non tirare!
Ahi, di nuovo con il culo a terra.
E tu che ridi più di prima.
Sono indeciso: ti uccido o ti bacio?
Opterò per la seconda.
...sei così bella quando ridi!

venerdì 17 agosto 2012

Life on Mars

Oggi posso scirvere quello che desidero per il mero gusto di farlo.
Ho voglia di giocare.
Con le parole, con i sensi, con le emozioni.
Le mie.
One week novel.
Comincia oggi, cavalcando la sbronza di caracasario, con il rum che ancora mi scorre nelle vene e l'aspro di vomito e limone ancora in bocca.
Non puzzo più di fumo, ma posso passare le dita tra qualche millimetro di capelli d'istrice sentendomi hard boiled, uno di quelli che con i tatuaggi non si scava la pelle, ma si impreme il cuore.
Ma anche il fegato e le palle.
Il traguardo dei trenta è un po' come essere alla maratona di New York, superato appena il 15esimo Kilometro, il momento in cui hai preso il ritmo, ma ti chiedi che cazzo tu stia davvero facendo.
Oggi sono un Creative Director.
Mi guardo indietro e vedo uno stronzo con la mia faccia, vestito come un pinguino, intento a correre con una 24h nella mano, il nasino come il Monte Bianco e la faccia come il culo di una scimmia intenta a scrivere "Sonetto XVIII". Shall I compare thee to a Summer day.
Ahah.

Sono un pescatore, e la mia barca è in tempesta.
Un giorno sì e l'altro pure. navigo in una vasca da bagno, e mi diverto a far le ondine con le mani. Divertente. per scrivere devi farti male.
Solo per il puro gusto di farlo.

Sono un cowboy
Gira il tamburo. Arma il cane. Se t'azzardi a dire "baui" ti prometto che ti rompo la faccia.
Bang.
Cazzo, non hai l'aria di Calamity Jane.
Bang Bang.
Vuoi un mitra?
Bang Bang Bang.
Ehy, avevi sei colpi.
Mo' t'attacchi.

Perchè io sono io.

E si fotta il resto.

mercoledì 18 aprile 2012

Wow...
Ho abbandonato i lidi digitali del mio blog da oltre un anno nonostante l'essermi ripromesso di ricominciare a tingere di macchie di pensiero queste pagine.
Dannato facebook e si fotta chi lo ha inventato, rendendo la mia comunicazione un cazzo di twitter.
L'aspetto positivo è che 140 caratteri sono più che sufficienti per un VAFFANCULO ben strutturato ed organizzato.
Già, l'insulto é un arte sottile, richiede precisione chirurgica, un taglio netto nella coniugazione del verbo, nella selezione del giusto aggettivo, nella creazione di una sintassi magra, asciutta, scarna, essenziale.
Ah, come pulirsi il culo con la seta. Ok, questa l'ho rubata da un film.
Scrivo quasi per caso, ma non perchè non scriva affatto, no.
Scrivo, eccome.
Solo che scrivo altrove. Ed è una grande stronzata.
Mi manca il blog, questo piccolo pezzo di universo tascabile del quale sono il re.

venerdì 18 febbraio 2011

COMING BACK. Pretty Soon. More than soon. Soon.

Sto tornando.
Più forte, più carico, più selvaggio ed indomabile.

Sono uno strano tizio con dentro sé un universo tascabile.

Non so cosa voglia dire, ma fa davvero figo.

Sto tornando...e sto per farlo davvero.

venerdì 25 giugno 2010

Cosa accadrebbe se scomparissi, sprofondando nei meandri della terra nella più nera e totale oscurità?
Sentirsi abbandonati non è il massimo che si possa provare, un gran desiderio di urlare e prendere a pugni il muro mi esplode in corpo.
Ma che sta succedendo, diamine?Ok, non sono uno stinco di santo, non sono perfetto, ma questo anno sembra proprio da cancellare.
Signore, io ho bisogno di una mano, e non capisco proprio perchè le mie grida cadano indifferenti ed inascoltate come gocce di pioggia nel mare.
Sono sbagliato, nonne dubito affatto, ma che cosa ti aspetti da me?Cosa vuoi che faccia?Diamine, sii chiaro una volta tanto!
COsa ti costa?
Ed io continuo ad urlare, mentre l'empio prospera ed io mi spacco senza neppure una logica.
Mi sento di fottere.

Fino a dove permetterai cdi farmi male, prima di fermare la sua mano?

CHe sempre sia benedetto il Tuo nome, anche in questi momenti, perchè so che c'è una lezione che devo imparare. Anche se

mercoledì 12 maggio 2010

Ciao Nonno...

Ho in bocca il sapore amaro di un saluto mai dato...
Mi hai atteso per 6 anni, e proprio quando a mancare eran solo 3 giorni hai deciso che ne avevi abbastanza.
Nonno, nonno...mannaggia a te.
Eppure c'eravamo quasi, adesso mi lasci qui con i miei sensi di colpa, a destreggiarmi tra pensieri ricorsivi e ridondanti.
Eppure eri tu quello che mi aveva definito "bestia", quello che non consideravi tuo nipote.
Solo perchè non avevo ricevuto il battesimo.
No, non te ne faccio una colpa, triste mentalità contadina di tempi andati, con valori solidi, certo, ma esasperati.
Caro nonno, ricordo ancora quando finalmente iniziasti a scoprire che fossi molto più di un bambino sconsacrato, mi ricordo l'orgoglio nel chiamarmi "avvocato" ed il modo con cui, quasi supplichevole, mi domandavi "Alessà, quannu veni?".
Certo ci sono ombre su di noi, nonno, cose che ti ho perdonato solo pochi anni fa, e non nascondo che spesso, al telefono, parlavo lungamente solo perchè sapevo che a tua figlia avrebbe fatto piacere..."onora il padre e la madre". QUesto comandamento lo conosciamo davvero fin troppo bene.
Queste ombre sono anche mie, nonno, perchè in fin dei conti io non ti ho mai capito davvero, né mi sono mai sforzato con impegno concreto.
Non sapevo davvero chi fossi, nonno mio, così come le tue storie sono ormai perse sotto l'ombra di un fico nel giradino nel quale ormai, troppo stanco per lavorare la terra, sedevi aspettando il semplice passare del tempo.
Non mi hai dato un vero affetto, ed il tempo passato insieme, se davvero lo contassi, difficilmente superebbe qualche mese.
Ma eri pur sempre mio nonno, dannazione.
E ti osservo scivolare dagli occhi di mia madre, distrutta ed affranta nonostante tu solo possa sapere di quante pene l'hai crocifissa, ti osservo sconquassare e distruggere vite come hai semopre fatto con i tuoi modi bruschi ed i tuoi favoritismi. Pure da morto fai danno.
Ma chi sono io per giudicare?Ho forse vissuto quello che hai passato tu?Ho mai allevato 12 figli, lavorato duro per loro, ho mai curato ed amato teneramente una moglie e l'ho mai vista morirmi in un letto d'ospedale senza capirne la ragione?
Forse le uniche cose che davvero abbiamo in comune, mio caro nonno, sono il sangue ed un pugno di domande senza risposta...
Nonno caro, il mio biglietto aereo era stato stampato solo per te...volevo parlarti di Gesù.
Adesso dimmi, nonno caro: io questo biglietto che cazzo l'ho stampato a fare?

Non so cosa dirti, nonno caro, avrei tanto voluto vederti ancora.
Ti voglio bene

Tuo nipote Alessandro

lunedì 5 aprile 2010

Ora posso scrivere




Note e sospiri, brevi istanti rubati all'eternità, soffi di un'emozione dimenticata...Se solo il cuore non battesse ancora, il ghiaccio potrebbe continuare a restare.Ed invece la primavera s'accalca e preme, spinge, grida ed urla ad ogni pulsazione,di sorrisi e timidezza unica testimone.Dolce cicatrice, già pregusto il tuo sapore...


Sentire la sensazione dei tasti scivolare sotto i polpastrelli, il suono meccanico della pressione, osservare il nero pixel macchiare lo schermo...
Ho voglia di scrivere.
Di me, di lei, di noi, di voi, di loro.
Fatemi urlare, lasciatemi imprigionare la realtà con i lacci delle mie parole, lasciatemi scuotere violento ogni catena ed ancòra!
Vita, ecco ciò che m'interessa, osservare ed imprimere, elaborare.
E' l'epoca dei viaggi, del sole e delle persone nuove.
Preparo il mio taccuino di fiducia, anzi, ne comprerò uno nuovo per l'occasione.
Avrà un nome, una personalità.
Sarà amico e confidente, testimone oculare e memoria storica, una trappola per le emozioni.
Si, ho voglia di scrivere...ma da chi cominciamo?
Storie notturne, le mie preferite.
D'amore, caduta e redenzione.
E' la pace, ad importare.
Una pace appassionata.
Ho scritto del tormento, dell'amore, dell'inganno.
Ho cantato della poesia di occhi e labbra, di lode e grazia...
Ho urlato del successo e del fallimento.
Ho sputato sangue, palle e cervello.
Ho vomitato rabbia e bile.
E poi silenzio.

E' ora di tornare ad amare. Ogni persona, ogni essere, ogni uomo o donna su questo pianeta con tutto il mio cuore, stimandoli più importanti di me.
Ma non parlo di questo.
E' tempo d'innamorarsi una volta ancora.

Adesso sono io, mansueto.
Con un universo intero da raccontare.

lunedì 25 gennaio 2010

Si, lo so...

...avrei dovuto caricare la seconda e terza e quarta e quinta parte dei video.
Touché. Lo farò, prommesso.
Ho talmente tante cose da fare da non riuscire neppure più a tenerne il conto.
In questo momento sono in una biblioteca universitaria, dovrei preparare un esame (decisamente prossimo!) per poter finalmente prendere questa benedetta (?) laurea...ed invece...ho scritto una sceneggiatura. Un'altra.
Ok,ok...pregate per me, ne ho bisogno.

Metterò la testa a posto, prima o poi?

mercoledì 9 dicembre 2009

Ho messo via




La mia barba cresce dura ed ispida, il fastidio crescente del cuscino che strofina contro le guance, irritandole, mi ricorda che è ora di radere, fare pulizia.
Già, fare pulizia.
Cominciamo dalla barba, poi prenderò qualche scatola e getterò alla rinfusa quei ricordi ancora appoggiati tra le mensole del mio cervello, staccherò dalle pareti della mia testa le vecchie istantanee ingiallite, darò una rassettata al pavimento e, perchè no, lo laverò anche...
Non sarà primavera, ma polvere e cartacce si sono accumulate da troppo tempo, facendo perdere la dimensione del tempo e dello spazio.
Su, caro mio...è ora.

domenica 18 ottobre 2009

Il sorriso strappato



Avevo un gran bel sorriso...
Ero in vacanza negli States, in una riserva indiana, la mente leggera.
Non pensavo a nulla, ero estremamente sereno e felice.
Si vede dalla mia espressione, vero?
Cosa me l'abbia strappato?Non ne ho idea.
No, errato.
Lo so bene.
Me l'ha strappato l'ipocrisia della gente.
Conosci il senso della passione autentica, quella che brucia in corpo usando il tuo cuore come carburante, la stessa che consuma l'anima e la mente?
Diamine, mi hanno strappato pure quella.
Sono freddo, il cuore duro, la delusione stampata in faccia.
Non comprendo come si possa esser felici di aver catene attorno al collo quando la fede altro non è che libertà.
Libertà.
Ho scoperto che le persone non sono capaci di gestirla, impazziscono alla vista dell'infinito.
Perchè?Perchè la libertà spaventa?
Diamine, perchè terrorizza al punto da volersi mettere addosso regole che nulla hanno di biblico in nome di un legalismo folle? E' così difficile comprendere che il punto di ogni cosa è che da solo non potrai mai fare nulla per guadagnarti un posto in paradiso, ma se sei perdonato è solo grazie a Gesù?
Ed allora perchè c'è ancora un sacco di gente che crede di dover caricare le proprie catene sulle spalle degli altri?
Diamine, c'è proprio del marcio in Danimarca, riesco a sentirne la puzza fin qui.
Il mio sorriso?
Tornerà.
Tornerà presto.
Perchè?Ho fede.

giovedì 24 settembre 2009

Illusioni vere fritte alla fermata del tram




Sintesi di vita, l'autobus, dell'esistenza ne rappresenta la stessa essenza.
Donne, uomini, fanciulli e vecchi.
Esistono in pochi metri quadrati, sospesi tra scarni sedili plastici e maniglie in cauciù, intere galassie delle quali quei volti sono i soli.
Non c'è azzardo, solo l'umiltà abbattuta di una linea di periferia col suo carico di sconfitte.
No, non condivido affatto il mio pensiero, combattendolo con duale schizofrenia, ma è tutto ciò che leggo saltando di occhi in occhi come tra le pagine di un quotidiano...
E la tua, di storia?
Si, dico a te, nascosta sotto quegli occhiali ed i capelli maculati da una tinta timida ed incerta...
Dove sei sospesa?
E tu, cornice di barba e dolore, che c'è nel tuo abisso?
ED io appunto e scrivo, rubandovi viso e anima e vite, collezionandovi come figurine da incollare nella giusta direzione.

Chiudo la mia penna, sorrido appena, metto via il blocchetto.
E' la mia fermata, devo scendere.

martedì 22 settembre 2009

Papponi delle Stelle



Un'amara verità nascosta in un sorriso, ironia pungente di artisti di rango come ormai, purtroppo, non ne fan più...

Ho molte, troppe, infinite cose da dire, ombre e spettri, anime cieche che leggono macchie nella luce, illuse che questo sia braille...immagino le vostre mani, le vostre dita, scivolare sullo schermo come le mie, a caccia di visi e mani e tocchi.
Che non esistono più.

Orbite vuote e sguardi spenti, incontrano sconosciuti i tuoi specchi, nulla è distorto se non è già tale...

Pazzo Mondo, dove vuoi andare?