mercoledì 13 febbraio 2019

Crocicchi


La lama aprì un la carne del palmo con un bruciore che gli fece urlare le sinapsi come le sirene di un’ambulanza. Nei film sembrava sempre così facile ed indolore, mentre invece faceva un male cane. 
Cacciò una bestemmia mentre un intero fiotto di sangue denso e quasi nero colava dalla mano destra nel braciere, dritto dritto su ciocche di capelli, una croce, frattaglie animali ed erbe dai nomi assurdi che solo Mama Zula riusciva a pronunciare senza intrecciarsi la lingua.
Si mise a cantilenare parole a metà tra il latino ed un B-movie, sentendosi come Ash alle prese con il Necronomicon, concludendo il tutto con un “amen”. 
E poi niente, neppure un soffio di vento, i grilli non smisero di rompere con il loro equivalente di “scopareeeee”, gli uccelli notturni neppure e nulla, ma proprio nulla, di strano accadde. 
“Ma sono decisamente un coglione” uscì dalla sua bocca insieme ad un sospiro ed allo scendere delle spalle.
“Effettivamente”
L’anima quasi gli uscì fori dal corpo insieme ad un gridolino stridulo degno di una cheerleader in Scream
Un uomo in completo nero, con tanto di tuba e bastone, pallido come un cencio gli stava alle spalle, guardandolo incuriosito
“Il taglio” indicò la mano del ragazzo agitando lieve la punta del bastone “Brutta roba, spero non ti sia lesionato un tendine. Temo ci vorranno dei punti”
Tolse dalla pochette un fazzoletto bianco, tenendolo tra indice e pollice, e lo porse al ragazzo cercando di tenere la maggior distanza possibile. Il tutto con una malcelata smorfia di schifo che gli correva tra gli angoli della bocca.
Il fazzoletto gli cadde sulla mano, macchiandosi di rosso e ferro. Non riuscì a proferir parola, ogni capacità cerebrale s’interruppe di botto, quasi gli fossero saltati dei fusibili per la troppa tensione. 
“Poi, a voler puntualizzare” aggiunse il cadavere in tuxedo “una robetta superficiale, giusto qualche goccia, avrebbe fatto il suo lavoro. Siete sempre esagerati, voi umani”
L’unica cosa che realizzò fu che, nel suo caso, Fight or Flight non trovava applicazione, lasciando spazio ad una terza opzione: cagarsi nelle mutande.
“Ehy, mi hai chiamato tu. Un po’ di dignità, figliolo”
Il ragazzo biascicò una serie di mugugni degni di un bimbo che mette i dentini.
“Dal mutismo al mugugno è già un progresso” fece un passo in avanti e si abbassò sulle ginocchia, mettendosi muso a muso “Avresti potuto recuperare con un Klaatu Barada Ncoughcoughcough” bisbigliò l’Uomo in Neroma credo di non potermi aspettare tanto da te”
Si rimise in piedi appoggiandosi al bastone, poi scosse la polvere dalle scarpe, sfoderando un sorriso da venditore di auto usate.
“Piacere di conoscerti, George. Cosa posso fare per te?”

giovedì 11 ottobre 2018

Trasmigrazione

Quante cose sono cambiate.
Meno colore nei capelli, fatta eccezione per un tocco di grigio, e forse qualche pelo in meno causa calvizie mimetizzata da stilosa rasatura. Ed ho tanto di graffi laterali, giusto per sentirmi piu' peculiar e young.
Evvai di inglesismi, ritrovato nel Nuovo Continente, guardando il cielo di New York dalla mia stanza mentre il caffe' fuma dalla mia tazza, urlandomi nelle narici il profumo italiano.
Quante cose sono cambiate, dal vecchio al nuovo, dall'inverno al temperato, dal verde al cemento salmastro che puzza di Hudson ed Atlantico. 
Odore di Porto, non il vino, che ti monta in testa lo stesso, rincoglionendoti coi gabbiani ed oltre 8 milioni di motivi dei quali non conosci i nomi, ma che esistono la' fuori. Come te.
Quante cose sono cambiate, abbandonato la custodia e liberato il corpo con sudore e bestemmie, sciolto il vecchio per lasciare spazio all'immagine allo specchio, soda e fibrosa, che mangia un cazzo e sputa sangue sul parquet.
Ed ho ritrovato me stesso, in pace eppure in battaglia, a riconquistare quanto dovuto non per nascita, ma per desiderio. 
E sono io, piu' forte e migliore di quanto mai sia stato, consapevole di essere un uomo tra tanti, non migliore o peggiore, ma che si ispira agli optimates ed aspira al futuro.
Transumanista e curioso, trascendere l'obiettivo, conoscenza la via, determinazione la forza.
Che meraviglioso viaggio.

lunedì 20 novembre 2017

Solo una notte

Era fuori da solo più di una notte, eppure già le mancava.
La peggiore delle droghe, la più fottuta dipendenza.
Sedeva sul letto, le gambe incrociate nel tentativo di meditare, vano cemo non pensare a lei per un istante.
Poteva sentire il suo profumo strofinare le lenzuola ed incollarglisi addosso, il suo respiro farsi spazio nella stanza come la brezza di una notte estiva, la sua pelle brillare nella penombra ed i suoi occhi, ancora svegli, fissarlo dal confine tra dolcezza e desiderio.
Era la sua alterazione genetica.
Le mancava. Si, cazzo se le mancava.
Eppure, eppure.
Ci fu un tempo in cui aveva vissuto senza lei. E non poteva dire male. Neppure bene.
"Cazzate, era oblio"
Sorrise nell'ascoltare il suono della propria voce riportarlo alla realtà con un ceffone.
Già, era stato non vivere: la negazione del tutto, la solitudine più nera.
Chi l'avrebbe detto mai? Incontrarla a quel diner... o, forse, incontrarla di nuovo. E rimescolare tutto una volta ancora.
Lei era sempre esistita, come un'anima ancestrale, come la predestinazione, la sua storia ricursiva, il finale ideale, l'inizio più desiderato.
Non poteva farne a meno, per questo l'aveva cercata in ogni volto, percorrendo scalzo infiniti spazi, facendosi a pezzi, svendendo frammenti di sè pur di trovare, anche solo per un istante, quello che sapeva mancargli.
Sbagliando ogni volta.
Un trillo, una vibrazione, un display che si illumina di un nome: Sirah.
Il cuore salta un battito, la mano cerca il telefono, la pressione di un tasto, l'amore in un respiro che sembra fermare il tempo.
Ci furono esplosioni dentro di lui, interi universi in collisione nel percorso tra sinapsi e cuore, facendo il giro lungo per lo stomaco.
Saltò un altro battito o due, sentì il cuore accelerare ed un formicolio agli arti, il tutto condito da un'attacco di rincoglionimento acuto che a momenti gli impediva di parlare.


sabato 18 novembre 2017

Shh, dormi

Sollevò improvvise le palpebre, uscendo lasciando a metà quel gelato al pistacchio che grondava sotto il sole estivo, mescolandosi al verde del prato.
"Gnam, mmm" furono i versi gutturali che emise stropicciandosi gli occhi.
Respirò dilatando le narici a formare il muso di un macaco, poi girandosi di lato nella speranza che il gelato fosse da qualche parte, accando a lui.
E invece.
Sirah respirava i suoi sogni con la delicatezza delle onde sul bagnasciuga, un uragano di capelli sul cuscino sprimacciato e le ossicina raccolte a gomitolo sotto un piumone mai abbastanza caldo.
 Ed era decisamente più bella di un cono al pistacchio.
Inebetito dal sonno e ancor di più dalla sua dolcezza. le si mise accanto, avvolgendola con braccia e gambe, intrecciandosi in quella posizione che avevano imparato a chiamare "la presa del calamaro".
Un sorriso gli si aprì tra le labbra al contatto col suo corpo, si fermò di scatto quando lei ebbe un brivido e sospirò quasi a svegliarsi: voleva che continuasse a sognare e, forse, voleva provare a rendere i suoi sogni ancora più belli.
Appoggiò il naso sulla sua nuca, respirando l'odore selvatico di quella stregatta che aveva fatto del loro letto la sua tana, perdendosi nel più bello dei sogni lucidi.
Posò un bacio, poi un altro, e un altro ancora. Delicatamente, senza svegliarla, coccolandola di dolcezze che la sua mente non avrebbe mai conosciuto, ma che la sua anima non avrebbe mai dimenticato.
"Xander" bofonchiò masticando troppe consonanti per risultare comprensibili ad altre orecchie se non alle sue.
"Shhh, principessa" sussurrò mieloso e sdolcinato come non mai, ma ormai il suo tasso glicemico era ben oltre i limiti consentiti dal diabete di tipo II "Dormi"
La baciò ancora, sussurrandole una canzone della quale non conosceva le parole, ma solo sillabe che suonavano dolci come tutto l'amore che c'è.
E forse era proprio quello il punto: non contavano le parole, ma la musica.

mercoledì 15 novembre 2017

Biglietto per le stelle

"Ecco"
Tirò fuori dalla tasca un rettangolo di carta bianca, stropicciato tanto quanto i suoi occhi cerchiati di nero. Pensarla gli stava rovinando il sonno.
"Che è 'sta roba?"
Sempre la solita vocetta attaccabrighe. Fece finta di nulla ed abbozzò un sorriso in risposta, mentre la temperatura interna cominciava a superare i 40.
"Un biglietto per le stelle" disse, facendo scivolare indice e pollice rivelandone un secondo "In realtà sono ben due."
Aveva l'aria soddisfatta ed il sorriso sornione di chi la sa lunga. A lei sembrava semplicemente e adorabilmente goffo.
Lei lo guardò in risposta, strizzando gli occhi come a cercare di vedere chiaro un'immagine sfocata.
"Eh? Ah. Mi sembrano solo due pezzi di carta"
Sospirò lasciando cadere le spalle come se Netwon in persona le stesse schiacciando dall'alto.
"Appunto. E sono bianchi. E sono due" disse sventolandoglieli in faccia, solleticandole il naso.
"Daiiii" sbuffò allontanandoli con la mano.
Sorrise in risposta, incapace di fare altro, interrompendosi congelato quasi lo avessero immerso nell'azoto liquido.
Era bella, diamine quanto era bella.
E lui un cretino.
"Quindi, che ci facciamo con questi fogli bianchi?"
Xander restò un istante in silenzio. Tutto quello che aveva pensato di dire era scomparso come un fantasma all'alba, sciolto come un pupazzo di neve in una fonderia.
Si, decisamente un cretino.
"Sono da scrivere e colorare. A te gli acquerelli, a me le parole."
Woah. Questa gli era riuscita bene. Forse.
"Sono il viaggio, le tappe e la destinazione. Sono la nostra opportunità e la scelta, il punto d'incontro, la mano nella mano. Sono i nostri passi armonici, le nostre orme sulla sabbia. Sono la nostra memoria, l'assenza di rimpiati. Sono i nostri sogni distillati in progetti."
Si accorse che la voce gli moriva in gola, stringendogli le corde vocali e soffocandogli il fiato.
"Sono la nostra vita".



martedì 14 novembre 2017

Quella cosetta pelle e ossa

"Ohhhh OHHhh Ohhhh AHHHHHHhhhhh..."
Tumph.
Il seno gli cadde addosso, così come il resto delle ossicina fragili attaccate.
Ed era bello.
I capelli gli finirono in faccia, costringendo il naso ad arriciarsi e la bocca a sputacchiare impastata.
Ed era bello anche questo.
Le labbra gli si aprirono in un sorriso, tra un respiro affannato ed un altro cardiopatico, mentre lei gli scivolava accanto con la stessa grazia di un bradipo anestetizzato.
Ed era, per quanto strano, ancor più bello.
Allungò la mano, tremante dal piacere, verso la sua pelle sudata, sfiorandole appena le guance.
"Non mi toccare!" urlò, risucchiando dal naso l'ultima sillaba.
"Ma che cazz...?"
Ritirò la mano come se un coccodrillo fosse in procinto di morderla.
"Stai bene, Sirah?"
"Shhhhhh" sibilò
"Eh?"
"Shh shh shh" urlò soffiando o soffiò urlando. Non che ci stesse capendo molto, o che cogliesse la differenza.
"Oookkk"
Si girò sul fianco, ammirando il suo seno salire e scendere come la marea sul suo ventre, rimbecillito dalla bellezza dei suoi occhi chiusi.
Sorrise ancora, e se solo avesse avuto uno specchio davanti avrebbe visto l'espressione di un cammello nella stagione degli amori.
Con tutte le forze che gli restavano si protese in avanti, con il ventre che ancora pulsava, per posarle un bacio dal sapore che mai aveva avuto in bocca.
Ne sentì il calore, la vicinanza, il contatto, il fiato caldo che soffiava.
E quasi sentì il Big Bang esplodergli nel cuore.
"Non mi toccare! Non mi toccare" urlò ancora, colpendolo con un pugno che gli fece comprendere la vera natura del Big Bang.
"Ma che cazzo ti prende?" disse, portandosi le mani al viso.
Nessuna risposta giunse da quel corpo schiacciato dalla forza di gravità, se non dei "mmm" e "shh" e "fff fff" uniti ad un respiro tra il coma e la morte apparente.
Restò immobile per un istante, inarcò le sopracciglia, si grattò la testa e poi una chiappa, producendo dei sonori sgrat sgrat.
Si abbandonò sulla schiena, smuovendo l'aria nella stanza cacciandola nei propri polmoni.
Per la prima volta nella storia, un uomo avrebbe voluto fare le coccole ed una donna le rifiutava.
Wow, roba da guiness.
Oppure il mondo stava proprio cambiando.
E pensava a cosa avesse fatto di strano, di sbagliato, se non le fosse piaciuto o se, addirittura, l'avesse fatta addormentare.
Addormentare... occazzo.
La guardò con la coda dell'occhio, pronto a far finta di niente nel caso in cui fosse già più addormentata di Biancaneve dopo una scorpacciata di mele stregate.
E si vide su di un monte tibetano, con il culo al freddo, pelato, fare il bonzo perchè con le donne, forse, sarebbe stato meglio lasciar perdere. Coltivò riso e patate, imparò la cerimonia del tè e praticò il kung fu, fermandosi solo in tarda età per via della sciatica aggravata dall'umidità tibeana. Si vide vecchio, con la barba lunga, a contemplare l'infinito.
Osservava il sè pelato fumare dal cranio per la condensa volatile, quando qualcosa lo riportò alla realtà.
Era un tocco, una sensazione di calore, la pelle umida.
Un brivido gli corse lungo la schiena, una testolina chiomata si fece spazio sull'incavo tra braccio e torso, una mano salì a cercargli il petto, una gamba si accavallò alle sue ed un corpo morbido gli aderì come cera liquida.
Il fiatò gli morì in gola, incapace di altre azioni se non temporeggiargli dentro i polmoni.
E sentì quel cazzo di Big Bang esplodergli in petto, mandandogli botte di ossitocina che, lo sapeva, cazzo se lo sapeva, lo avrebbero legato anima e corpo a quella cosetta pelle e ossa rannicchiata su di lui.
"Xander..."
"Si?" rispose lui.
"Ti amo"
E lui non capì più nulla. Anzi, capì di non aver mai capito nulla, fino ad allora.
"Ti amo anche io" fu tutto ciò che riuscì a dire.



lunedì 13 novembre 2017

Icaro

Era un gioco di linee punti diffusi sul foglio bianco.
Sintesi, diceva.
Eppure.
Ancora qualcosa non tornava, a partire dall'equazione. Figurarsi il risultato.
Avrebbe voluto capire, ma non gli riusciva.
Non gli restava altro che imparare, conoscere, avere fede. Nel momento in cui aveva bisogno di forza, tutto doveva semplicemente aprire le mani e smettere di credere di essere in controllo.
Non lo era, forse non lo era mai stato.
Chissà in quale linea temporale, sospeso in quale spazio e dimensione avrebbe trovato pace.
No, proprio non riusciva a capire.
La musa davanti agli occhi appariva imperscrutabile, rivelata dal velo che aveva sempre tenuto davanti agli occhi, apparendo aliena.
Eppure l'amava, l'amava senza condizione. E con il cuore sanguinante.
Ed allora l'arte della pazienza era tutto ciò che gli restava, l'esercizio della fiducia la strategia.
Avrebbe sorriso se solo le Furie non fossero state così bastarde.
E' una ruota che gira.
Già.
"Chissà cosa accadrà domani" si disse abbandonando la testa sullo schienale del divano.
Cercò l'acqua, lievemente frizzante, per distrarsi con il freddo e le bollicine. Avrebbe voluto disperdersi nell'aria insieme al frizzare dell'acqua, diventando nulla e tutto, smettendo di domandare e cercare risposte che non sarebbero mai arrivate.

Sarebbe morto per un suo sorriso, una carezza, un'attenzione.Nulla poteva saziarlo: l'idea che aveva di amore andava ben oltre la condivisione della vita, andava oltre il corpo e la mente, dipingeva l'anima e la fondeva e la ricreava. L'amore era la ragione ed il senso, la forza e la determinazione, il fine e la partenza, battaglia infinita e eterna conquista. L'amore era ciò per cui sarebbe morto e risorto mille volte e mille altre volte ancora, seppur solo per abbandonarle un bacio sulle labbra. Era l'amore romantico dello stilnovo e l'androgino platonico

« Dunque al desiderio e alla ricerca dell'intero si dà nome amore »
Platone, Simposio

Intierezza, esser uno. Ma non trovava parole per spiegarlo, quasi il mondo gli avesse frantumato la mascella, strappato la lingua e sfilacciate le corde vocali. Muto e incapace di urlare, il cuore in fiamme e le viscere bruciate, non gli restavano che le ali.

Le mise sulle braccia, fatte di piume, legno e cera.
Pronto a spiccare il volo. Avrebbe volato e raggiunto il sole, avrebbe pagato il prezzo.
Avrebbe amato.






giovedì 2 novembre 2017

Adieu

Il suono del victrola accarezza i sensi come velluto, il martini bacia le mie labbra ed il suo calore mi riempie la gola, scaldandomi l'anima.
Le mon jardin d'hiver
La neve scende lenta, confondendosi col mare, tra le onde, in un jazz nostalgico.
Sorrido, le mie mani vagano alla ricerca di una bionda, il rumore di una piccola esplosione ed il fumo ed il catrame si confondono al respiro.
Ed il mio petto si alza, riempiendo i polmoni, trattenendo immobile, per un solo istante, quel fumo dentro che sa di dolce morte.
Equilibrio e pace, lo scroscio della bonaccia tra le parole che non ti ho detto mai ed il cuore che non hai visto, nell'anima che non ti ho saputo mostrare.
Era primavera il tuo sorriso, Estate il nostro letto, Autunno ogni partenza.
Inverno.
Il mondo si ferma, quello degli uomini almeno, mentre la misura di tutte le cose scorre indifferente sotto questo cielo dalle sfumature di bianco e grigio, sopra questa sabbia schizzata di bianco, portandomi a casa.
E neppure il freddo importa piu', o la sabbia che riempie i miei vestiti, o le cose che sono e che resteranno. E' stato il viaggio ad importare, che ogni incompiuto resti tale.
E la destinazione e' soltanto un inizio.
Forse.
Liberazione, questo e' certo. Da te, Nadine.

Poi la pistola, la canna contro il cuore, il grilletto ed il botto, il fuoco ed il sangue, gli occhi e il sorriso, la spiaggia e la neve, il cielo ed il mare.
Le ali.

lunedì 16 ottobre 2017

E poi un giorno ti svegli e non senti piu' nulla.
Anestetizzato e privo di forze, la voglia di attaccare la bocca ad una bionda e tirarle l'odore in un solo respiro, riempiendoti i polmoni, in attesa della botta di nicotina.
Ma non fumi piu', hai smesso.
E allora vuoi mangiare, ingozzarti di dolci e riempirti il ventre di grassi e zuccheri, fagocitando senza neppure masticare, in attesa di altre botte di dopamina.
Ma non ti ingozzi piu', hai smesso.
E allora vuoi bere, prendere il collo di quella bottiglia e cacciartelo alle labbra, scolandoti l'alcool mentre ti brucia l'esofago e lo stomaco, in attesa di un'altra botta che, questa volta, ti stordisca per bene.
Ma non lo fai, hai smesso il giorno in cui la tua gola ha accarezzato un coltello dalla parte sbagliata della lama.
E allora non sai che fare, guardi fisso il niente, ed il niente guarda te.
Poco importa che il sole splenda fuori dalla finestra o che il tempo sia ancora stranamente mite.
Poco importa chi sei o cosa vuoi.
Perche' ti accorgi di non sapere ne' l'uno, ne' l'altro, solo per poi accorgerti di non essere e di non avere.
E allora dimmi, da me che vuoi? Sono un volto allo specchio.
Vuoto come il niente.
Un'intera vita bruciata, investita male, tradito da me stesso, dalle mie scelte, da quanto di piu' importante e prezioso avessi.
Derubato.
Sconfitto.
Abbattuto.

Questa volta mi sono arreso, non ho piu' forze per rialzarmi ancora.

domenica 17 settembre 2017

La vita nelle piccole cose

Mondi distanti come stelle che hanno smesso di guardarsi.
Era tempo di accettarlo, mandarlo giu' a forza, inghiottendolo come curaro.
Era tempo di morte.
Prendeva fiato, lentamente, fissando il bianco della pagina e contando i respiri tra i battiti, smarrito.
Come erano arrivati a quel punto?
Dettagli insignificanti scivolavano tra le dita, facendo a pezzi tutto quello che insieme componevano.
Erano il primato, la luce e l'atomo, linee temporali e infinito.
Passato. Tutto cio' che restava.

Le dita premevano sui tasti, rigurgitando parole acide, bile che gli bruciava gli occhi.

Era tutto cosi' sbagliato: avevamo smesso d'essere il primato.

Assurdo.

Morto.

Fu.

La vita nelle piccole cose.

martedì 15 agosto 2017

Appuntamento al Diner

"Posso?" Cadde dal treno di pensieri, direttamente con il culo per aria.
"Umh?" riusci' a bofonchiare appoggiando la tazza di caffe' fumante.
"Posso sedermi? E' libero?"
Scosto' i le parole davanti agli occhi, facendo lo spazio necessario a mettere a fuoco la la voce di donna che gli si parava davanti.
"Ah, si, certo. Prego" bofonchio' togliendo lo zaino dalla sedia del diner.
Dovette alzare lo sguardo di molto per riuscire a scorgerle la testa e quel cappello dai pon pon rossi. Aveva un sorriso grande ed occhi come un cielo prima della neve, i toni delle olive sulla pelle ed una punta di rosso sul naso a ricordarle che fuori faceva un freddo maiale. E aveva uno strano odore (un profumo, in realta', ma lui non era bravo con le parole) che sapeva di campo in fiore e acqua di mare shakerato bene e servito ghiacciato. Si mise comoda, gettando il suo zainetto tra le gambe del tavolo e quelle del tizio buffo seduto davanti a lei.
"Si, lo so, ci sono altri posti liberi" disse afferrando il menu "Pero' perche' andare in luoghi pieni di gente per non incontrare la gente?"
Il sorriso e lo sguardo dolcemente autistico della ragazza riempirono il quel poco piu' di mezzo metro di tavolo che li separava, ingombrante come una foca monaca nella gabbia di un canarino.
La guardo', inarco' il sopracciglio destro quasi fino a toccare l'attaccatura dei capelli e poi si stropiccio' le palpebre facendo faccette strane.
"Hellooo, c'e' nessuno? Hai gia' assaggiato il caffe'? Io di solito prendo il the, a meno che l'alternativa sia particolarmente buona, cosa che non accade mica sempre. Quando proprio sei fortunata, capiti in uno di quei diner in cui credono ancora che coccolare le anime in pena che entrano sia la missione della loro vita, ed allora ti abbracciano con il profumo di un bel caffe' fumante, magari accarezzandoti con una deliziosa fetta di torta di mele calda -yum- , ma e' davvero raro trovarne uno cosi'"
La fisso' ancora una volta, in silenzio. Corrugo' le labbra, arricciandole, mentre il sopracciglio sinistro dava il cambio a quello destro.
"Il caffe' e' decente, ma se ti aspetti quello cacato dal culo di un felino resterai delusa"
Le mani piombarono sul tavolo, facendo saltare la tazza insieme a schizzi in ordine sparso e producendo un sonoro sbam fin troppo esagerato per delle manine cosi' delicate. Gli occhi le si spalancarono come quelli di un bambino davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli mentre la bocca si apriva in una grossa o.
"Hai assagiato il kopi luwak? Fantastico vero? Ha un sapore cosi' unico, mi piace un sacco!" ci fu un istante di pausa, evidenziato da un tentativo mal riuscito di mordersi le labbra. "E comunque e' uno zibetto" sussurro' appena, trasformando gli occhioni da abbaglianti in luci di posizione.
Lui, dal canto suo, si trattenne dal mandarla al paese dello zibetto.
"No, mai. Mi fa un po' senso"
"Allora e' deciso: caffe e torta di mele calda" strillo' con lo stesso tono di una bambina pronta per Disneyland. La cameriera, una signora dalle labbra come un culo di gallina con le emorroidi (e vecchia non a sufficienza da esser sorda) si avvicino' alla ragazza, sorridendole sdentata mentre le versava del caffe' vulcanico in una tazza.
"Dammi qualche istante, tesoro, e ti porto la tua torta fumante"
Le sorrise compiaciuta, stringendo le spalle in un sospiro che sarebbe stato bene in una sitcom americana, poi prese la tazza con entrambe le mani e la portò alla bocca sorseggiando rumorosamente.
"Xander". Un filo di voce, poco più di un sussurro fermato da un colpo di tosse per del caffè andato di traverso.
Lei scoppiò a ridere aspirando dalla bocca, quasi a soffocare, emettendo uno stridio che sembrava provenire da una cavalla asmatica e zoppa appena inciampata: non una visione che ben si sposava con le linee delicate del suo volto.
"Grazie" disse asciugandosi la bocca ed il delirio di schizzi sul tavolo "molto gentile"
Lei portò una mano alla bocca, spalancando gli occhi, sforzando di non ridere.
"Sirah"
Non riuscì a finire di pronunciare il suo nome che dalla h muta uscì un altro raglio che sentirono fino per tutto il diner.
"Perdonami, ma sei veramente ridicolo!" e riprese a ridere come la cavalla zoppa di prima che, stavolta, rotolava rovinosamente da un dirupo.
"Non fai proprio venire voglia di parlare, sai? Anzi." tirò fuori dalla tasca delle banconote stropicciate e degli spiccioli rotolanti, lanciandoli sul tavolo "Arrivederci. Anche no".
Si alzò, intento a sollevare lo zaino. Una mano afferrò il suo polso, calda, morbida, delicata come un cuscino dopo una notte insonne. Fissò la ragazza, trovando un gatto dagli occhi grandi al posto del somaro ragliante. Stronza.
"Scusa, parlo a caso, ma non era per male: sei ridicolo in senso positivo!"
Un grosso punto interrogativo gli si dipinse sulla fronte.
"Ridicolo in senso positivo? Ma sei seria? Dai, che devo andare" disse ritraendo la mano. E pentendosene nello stesso istante.
"Aspetta, porco cane."
Nel diner scese il silenzio (ed anche un po' del gelo invernale si fece spazio tra i presenti, entrando direttamente dalla porta sul retro).
"Capiscimi! Intendo dire che sei stato divertente, buffo. Insomma, mi hai divertito, mica è una cosa brutta. Poi, io non sono brava con le parole."

(continua)

mercoledì 14 settembre 2016

Hic Sunt Leones

In punta di piedi, eccomi.
Osservo, senza fare rumore.
Lontanto.
Medito, attento.
Calcolo, misuro.
Conto.
Cambiamento, correnti gravitazionali che spingono vele verso  litora sconosciute ma che ben ho visto.
Scolpisco con mano ferma, catturo l'essenza, incido la rotta e lascio il segno.
Hic sunt leones.
Ed io sento un ruggito unirsi al loro: il mio, poiché di me soltanto posso fidarmi.
Chissà, oltre le parole, cosa seguirà.

Io proseguo, senza sosta, laddove saprò andare, senza condizioni e senza timore, sorridente e forte, incurante del resto.
Se un ruggito mi accompagna, sia.
Altrimenti, eco sia.

venerdì 10 giugno 2016

I dadi

Tirò una boccata profonda, lasciando scendere il fumo fin dentro ai polmoni. Chiuse gli occhi all’orizzonte ramato del tramonto marino, esalò un respiro carico della merda che aveva dentro.
Catrame e malinconia.
La nicotina no, quella no, la desiderava nelle vene e dritta fino al cervello.
Abitudine stronza. Ma non se ne curava poi molto.
Il sonno gli stava incollato addosso come una seconda pelle, togliendogli la forza di respirare. Il martini attendeva immacolato un paio di labbra da baciare e la gente intorno sciamava come piccole formichine troppo intente a lavorare per capire che la loro vita era lì, adesso, e non in una sorta di futuro ipotetico.
Non era tipo da futuro, lui.
L’illusione del tempo aveva abbandonato la sua testa da anni ormai. Prima ancora di Nadine e della merda seguita.
Puttana eva.

Nadine. Sempre Nadine. Non faceva in tempo a dimenticarsene che lei tornava.
Puntuale come la morte. O la puttana che ti conosce bene.
Ma in fin dei conti, cosa avrebbe potuto aspettarsi di diverso?
Nadine era saldata alla sua anima, fusa nella sua stessa carne, intrecciata in modo inestricabile alla sua stessa essenza.
Qualcosa del quale non avrebbe potuto liberarsi in alcun modo, se non con la morte.
Eppure, era ora di scegliere, era infine giunto il momento di muovere oltre.
Doveva scrollarsela di dosso una volta per tutte, lasciarla andare, liberarsi di lei.
Non si poteva più fidare, l’aveva tradito troppe volte per poter ricominciare.
L’assenza. Non esisteva lei, in nessuna forma o sostanza. Illusione che doveva essere scacciata come uno spirito nefasto la cui presenza brucia ed offusca, incapace di andare avanti.
Si alzò dalla sedia con uno scatto. Prese un’altra boccata dalla sigaretta, sospirando al cospetto del mare.
Dannata malinconia. Non sarebbe tornato indietro, questa volta. Una decisione era stata presa.
Dannato Cesare ed i suoi dadi del cazzo.
Pregava solo di essere in grado di mantenere quella posizione che sempre di più andava assomigliando ad un patibolo.
Odio e amore erano sentimenti così sottilmente vicini, talmente simili da poter sfociare repentinamente l’uno nel territorio dell’altro.
Era così un inferno la sua vita, il panico di una prigione immobile fatta di sbarre invisibili, alla mercè di una carceriera sadica ed idiota.
L’avrebbe uccisa piazzandole una pallottola in cuore.
Doveva smettere di amarla, si ripeteva, doveva smettere di pensare a lei.
CI sarebbe riuscito. Forse. Ma non sapeva ancora come.
Abbandonò una banconota sul tavolo prima di tracannare quanto restava del martini.
L’alcool lo colpì al muso, improvviso, ricordandogli che in fondo il mondo non è poi un brutto posto.
Già, proprio così.
In fin dei conti lui era Lucien, cosa poteva mai importargli di una donna tra tante altre.
Nadine. Razza di puttana. Nadine.
Scacciò il suo pensiero a calci dalla sua testa. Raccolse la giacca e cominciò a camminare verso il lungomare, mettendo un piede davanti all’altro senza sapere bene dove andare.
Non aveva bisogno di riflettere, soltanto di inondare gli occhi e la mente di volti e facce nuove, differenti, per perdere i suoi occhi in mille altri.
Cercò le parole, le attese all’uscio una ad una, invitandole ad entrare, selezionandole. Non voleva rabbia, neppure amarezza. Indifferenza? No, neppure. Non poteva donare indifferenza alla donna che più di tutte aveva amata. Tra tutte, questa era l’emozione più improbabile di tutte, anche se la più preferibile.
Impossibile.

Amore, si disse, amore. E’ tempo. La mia strada mia attende, solitaria che sia, ma la mia. Non c’è spazio per te in questo nuovo corso.

sabato 28 maggio 2016

Lo zaino

Potrei pronunciare mille parole, ma il mio sarebbe soltanto svilire la Musa che ha concesso il dono di formularle.
Potrei urlare, invece, o demolire.
Potrei bere, inondando d'alcol le vene fino a quasi far scomparire il sangue.
Potrei fare mille altre cose.
E invece no.

Osservo. Attendo.
Non esiste furia. Non esiste rabbia.
Dubbio.
Solo dubbio.

Non spiego e non capisco, significati che scompaiono e vite che frantumano.
Gesti e piccolezze che si trasformano in bassezze.

Il genio tre desideri li esaudisce. Gli uomini non riescono neppure ad esaudirne due.

Parole.

Ed allora mi godo la bonaccia, occhi al cielo, nuvole in movimento.
Una leggera brezza accarezza, l'ancora gettata.
Sogno, e immagino di comprendere.

Ma il risveglio coglie e continui a non capire un cazzo.

Mah.

Intanto preparo lo zaino, è ora di partire.

lunedì 11 aprile 2016

Shit happens

Quante cose sono cambiate dal mio ultimo post.
Tante, troppe.
Alcune per il bene, una in particolare per il peggio.
Oh, diamine. Decisamente per il peggio.
Percorro la mia strada senza la presenza che, da sempre, mi dava forza e coraggio: mio padre.
Non mi ha abbandonato, no, non lo avrebbe mai fatto. E' semplicemente andato a preparare quel posto nel quale tutti i giusti andranno.
Almeno così mi racconto. Almeno così credo.
Non mi interrogo troppo sulla fede, preferisco abbandonarmi ad una cartesiana fiducia.
Intanto proseguo, le dita continuano a battere sui tasti, scrivo ancora.
Non romanzi, non sceneggiature.
Scrivo esperienze che altri traducono in stringhe di codice e immagini. Una sorta di regista di 'sto gran cazzo.
E allora che ci faccio ancora qui su questo blog, così anonimo ma fottutamente personale, a scrivere minchiate senza neppure una chiara direzione?
Non lo so, forse è solo dannatamente terapeutico.
Non ho più la mia penna, non mi esprimo più come un tempo, forse per via dell'incidente. Avrò perso dei pezzi, mi dico spesso, qualche neurone deve essere rimasto attaccato in quel SUV tra il New Jersey e la Pennysilvania.
Cazzo, ho perso un sacco di pezzi.
Non ho più la musa, questo è certo. La mia musa è sparita, volubile e infantile.
La musa è una puttana che non inseguo.
Lascio il mondo scivolare, e di arte e poesia forse frega più poco: l'amore romantico, l'amor cortese, la poesia di attimi dannati, alla fine, è una gran cazzata.
Si, Lucien, anche tu non hai capito un cazzo.
E adesso?
Cazzo ne so, domani è un altro giorno.

venerdì 28 febbraio 2014

Una notte come tante

CAPITOLO 2

LAURA
TORINO -GIOVEDì ORE 22, ZONA INDUSTRIALE
I fuochi bruciavano nella notte proiettando ombre danzanti sulle pareti grigie dei capannoni. Il freddo mordeva già le ossa di cosce avvolte di rete e culi resi ancora più sodi dagli schiaffi del gelo.
L’ultima delle sue compagne salì su di una piccola utilitaria, una fiat punto con il suo bagaglio di ormoni frustrati e scopate mancate del Signor Rossi di turno, lasciandola sola.
Per quanto fosse normale trovarsi come un cane abbandonato, non riusciva ad abituarvisi. La notte è un brutto posto in cui trovarsi se fai il mestiere più antico del mondo.
Quello era il mondo di Laura, una battona come tante, giovane quanto bastava per lavorare ma troppo vecchia per sperare in una vita migliore. Vita migliore di cosa, poi? Faceva bei soldi, tutto sommato. Sicuramente più della sua amica che si rompeva la schiena pulendo scale di un ospedale in subappalto di un subappalto. E poi era tutto esentasse, solo un pappone a prenderle il 30%. Meglio del 70% che si sarebbe preso lo Stato con un lavoro, come dire, più “rispettabile”.
Si accese una sigaretta avvicinandosi ad un bidone incendiato, a scaldarsi la figa per il prossimo cliente. Un vecchio trucco del mestiere tramandato da generazioni. Forse dalla creazione stessa del mondo.
Una berlina nera squarciò l'asfalto con fari allo xeon, avanzando lentamente lungo la strada come una pantera a caccia della sua preda. Laura tirò una boccata lunga e profonda dalla sigaretta, lasciando un'impronta rossa e appiccicosa sul filtro. Inarcò le sopracciglia, intenta a studiare il nuovo arrivato. Macchinoni del genere non capitavano spesso da quelle parti, e quando lo accadeva un simile evento si trattava sempre di qualche cliente alla ricerca di una cavalcata al pelo o una donna da picchiare per qualche centinaia di euro. Con tutti quegli anni passati sulla strada aveva comonciato a pensare che sanità mentale e denaro fossero, in qualche modo, inversamente proporzionali.

E poi quei tizi che puzzano di colonia da 200 euro e vestiti con abiti sartoriali le stavano sulle palle, con quella loro aria da padroni del mondo. Poi, la inquietavano. Le chiedevano cose strane, cose che non ti aspetteresti da gente... normale. Laura preferiva le persone comuni, quella che puzzavano di sudore e si concedevano una sana e normale scopata con una disposta a dargliela senza troppe paranoie, capace di far sentire uno stallone da monta anche il più insignificante degli uccelli. Lei non chiedeva neppure l'orgasmo, non era lì per questo. Come un erogatore di piacere, inserisci il cash ed ottieni il prodotto. Semplice e lineare.
Laura girò le spalle alla vettura, cominciando a passeggiare. Decisamente non le piaceva esser sola.


venerdì 5 ottobre 2012

La mia libertà

Libertà

Puzza di asfalto, la mia libertà.
Sa di cenere, bruciato ed ozono.
Ha il sapore dei chilometri, della distanza che riesco a mettere tra me e me stesso.
Non solo dal resto del mondo.
E' arte della fuga, la mia libertà, un equilibrio instabile, la corda di un funambolo sospesa tra due grattacieli.
Ondeggia, questa mia libertà.
E' l'aria che mi riempie i polmoni, è il soffocare della sua assenza.
Un tuffo da una scogliera quando le vertigini sono l'unica cosa che sento.
E' lanciare quella dannata monetina, la mia libertà, fottermi la testa tirando croce.
Gioca d'azzardo, questa mia libertà.
E' che non me ne frega niente, la mia libertà, l'arte di volare in alto
Finché il cuore batte ed il cervello non si perde un colpo.
Canta un vecchio pezzo dei Queen, la mia libertà, don't stop me now.
I am an atom bomb about to woo woo woo woo explooooooodeee!
E brucia tra le stelle, questa mia libertà, diretta al Sole.
E brucio anch'io.
Non ha una morale, la mia libertà, è un rigurgito di dignità.
Urla il pianto isterico d'un bimbo e le grida di una folla, questa mia libertà.
E' fischi di proiettili vaganti e manganelli, ha il volto di mio nonno.
E' la vita incandescente.
E' il lamento.
E' la pace.
E' la rabbia.
E' il mio futuro.
E' la mia vita.
E' la mia morte.
E' il mio taglio.
E' il mio strappo.
E' mia la cicatrice.
E' che non me ne frega un cazzo.
E' soltanto mia, questa libertà.


martedì 28 agosto 2012

Non è riciclare

Non è riclare, è che mi piace davvero tanto ed allora ho dovuto... è stato più forte di me...

Ancora una coppa, Splendore?
Su, non è poi così forte...
Avrei voglia di ballare, se solo le mie ginocchia non tremassero, due Giuda cartilaginei pronti a far perdere l'equilibrio...
Buffo, vero?
Sei meravigliosa quando sorridi.
E contagiosa.
Avrei dovuto bere un po' meno, hai ragione...ma che importa, in fondo?
No, non guiderò affatto, passeggeremo lungo il Po, in equilibrio precario forse, con solo i rumori della notte!
Lo voglio!
Ti offro il mio braccio, Splendore, sarò il tuo cavaliere.
Ammesso che riesca ad alzarmi.
Noo, non ridere! Non sei mica messa meglio, vorrò proprio ridere guardando tutto quell'alcool camminare su quei tacchi!
Dai, su...reggiti a me...non così, cadiamooo!
Mi farai morire! Signorina, sei una falsa magra! Almeno l'atterraggio è stato morbido?
Il mio stomaco ti ringrazia, bestiaccia.
Potrei mangiarti qui, adesso, se non la dovessi smettere immediatamente di ridere!
Dai, lo sai che impazzisco quando vedo quelle guance rosse, quelle fossette!
Smettila, o non riuscirò a controllarmi.
Sei in crisi, come ti fermo?
Ahhh, stupidina!La gente ci guarda come fossimo due idioti, su, rimettiamoci in piedi! 
No, non fare il peso morto, sto in piedi per scommessa anche io!
Non tirare!
Ahi, di nuovo con il culo a terra.
E tu che ridi più di prima.
Sono indeciso: ti uccido o ti bacio?
Opterò per la seconda.
...sei così bella quando ridi!

venerdì 17 agosto 2012

Life on Mars

Oggi posso scirvere quello che desidero per il mero gusto di farlo.
Ho voglia di giocare.
Con le parole, con i sensi, con le emozioni.
Le mie.
One week novel.
Comincia oggi, cavalcando la sbronza di caracasario, con il rum che ancora mi scorre nelle vene e l'aspro di vomito e limone ancora in bocca.
Non puzzo più di fumo, ma posso passare le dita tra qualche millimetro di capelli d'istrice sentendomi hard boiled, uno di quelli che con i tatuaggi non si scava la pelle, ma si impreme il cuore.
Ma anche il fegato e le palle.
Il traguardo dei trenta è un po' come essere alla maratona di New York, superato appena il 15esimo Kilometro, il momento in cui hai preso il ritmo, ma ti chiedi che cazzo tu stia davvero facendo.
Oggi sono un Creative Director.
Mi guardo indietro e vedo uno stronzo con la mia faccia, vestito come un pinguino, intento a correre con una 24h nella mano, il nasino come il Monte Bianco e la faccia come il culo di una scimmia intenta a scrivere "Sonetto XVIII". Shall I compare thee to a Summer day.
Ahah.

Sono un pescatore, e la mia barca è in tempesta.
Un giorno sì e l'altro pure. navigo in una vasca da bagno, e mi diverto a far le ondine con le mani. Divertente. per scrivere devi farti male.
Solo per il puro gusto di farlo.

Sono un cowboy
Gira il tamburo. Arma il cane. Se t'azzardi a dire "baui" ti prometto che ti rompo la faccia.
Bang.
Cazzo, non hai l'aria di Calamity Jane.
Bang Bang.
Vuoi un mitra?
Bang Bang Bang.
Ehy, avevi sei colpi.
Mo' t'attacchi.

Perchè io sono io.

E si fotta il resto.

mercoledì 18 aprile 2012

Wow...
Ho abbandonato i lidi digitali del mio blog da oltre un anno nonostante l'essermi ripromesso di ricominciare a tingere di macchie di pensiero queste pagine.
Dannato facebook e si fotta chi lo ha inventato, rendendo la mia comunicazione un cazzo di twitter.
L'aspetto positivo è che 140 caratteri sono più che sufficienti per un VAFFANCULO ben strutturato ed organizzato.
Già, l'insulto é un arte sottile, richiede precisione chirurgica, un taglio netto nella coniugazione del verbo, nella selezione del giusto aggettivo, nella creazione di una sintassi magra, asciutta, scarna, essenziale.
Ah, come pulirsi il culo con la seta. Ok, questa l'ho rubata da un film.
Scrivo quasi per caso, ma non perchè non scriva affatto, no.
Scrivo, eccome.
Solo che scrivo altrove. Ed è una grande stronzata.
Mi manca il blog, questo piccolo pezzo di universo tascabile del quale sono il re.